«Moratti bocciata». Centomila a Roma, verso lo sciopero generale
Un grande scroscio di grandine e la strada si colora improvvisamente di bianco. Sono le 14 e 30 e Piazza della Repubblica a Roma è gremita di insegnanti, bambini, genitori, rappresentanti sindacali arrivati da tutta Italia per protestare contro la riforma Moratti della scuola. Le condizioni atmosferiche non esattamente favorevoli creano un momento di perplessità tra la folla. Ma è solo un attimo. Poi, la testa del corteo parte. I fischietti assordanti e la musica di De Andrè accompagnano lo striscione d'apertura: «Di nuovo in piazza. Perché una scuola diversa è possibile», firmato Cgil, Cisl e Uil.
La grandine si fa sempre più fitta. Ma la reazione della gente è immediata. «Ci dà ancora più forza», dicono in molti. I palloncini colorati siglati Cgil si stagliano sullo sfondo scurissimo del cielo. E sotto gli ombrelli spuntano i visetti di tanti bambini, che nonostante il tempo, il divieto del centrodestra ad accompagnare i genitori in corteo e le parole tonanti del capocorsita azzurro Sandro Bondi, non sono stati lasciati a casa. «Sono qui perché ci vogliono togliere il tempo pieno», un grandissimo sorriso, è Gaia, 8 anni, a parlare. E la grandine? Che mi dici della grandine?. «È ancora più divertente». Sembra l’allegria la cifra dominante della mobilitazione. Un’allegria invincibile che viene opposta a una riforma cupa come il cielo, che cancella la scuola pubblica e abolisce il tempo pieno. «Questo significa che dobbiamo uscire da scuola all’una - dice Nicola, occhi azzurrissimi e lentiggini – e noi il pomeriggio giochiamo e lavoriamo».
Mentre la testa del corteo arriva quasi a Trinità de’ Monti, con la Storia siamo noi di De’ Gregori come sottofondo, la coda non è ancora partita. Sono tantissimi, almeno 100mila. Venezia, Trieste, Firenze, Napoli, Potenza, sono solo alcune delle città rappresentante. Moltissime le bandiere dei sindacati e nello spezzone finale dell corteo i Coordinamenti di Lotta. «Moratti bocciata», recitano tantissimi cartelli. Mentre i megafoni scandiscono: «Tremonti, Moratti. Poi faremo i conti». Enormi pacchetti di sigarette esibiscono la scritta ormai celebre: «Moratti. Nuoce gravemente alla salute». E non manca lo striscione, divenuto ormai un classico, in quella che è la terza manifestazione in due mesi: «Vogliamo andare a scuola con gioia. Ma senza Letizia».
Giuseppe ha 54 anni, viene dal Trentino, e fa il professore di scuola media dal ’71: «Il nostro è uno dei sistemi scolastici migliori d’Europa. E questa riforma vuole smantellarlo, privatizzandolo», dice. «No a una scuola senza volto», è il cartello che in molti portano appeso al collo. «È quella che vuole la Moratti», spiega Patrizia. «Una scuola per confessione, per classi, per reddito. Una scuola per ignoranti, per deficienti». La definizione è di Jacopo, dell’Unione degli Studenti. Ha 18 anni, fa il V scientifico. Per adesso, ancora non c’è nulla di ufficiale sulla riforma delle superiori, vero?. «Ancora no. Ma è chiaramente questo che ne vogliono fare», dice, battagliero, al ritmo di Manu Chao.
A raccogliere e rilanciare una mobilitazione che è partita spontanea nelle città, nei paesi, nei quartieri, nelle scuole, e che da novembre va avanti battagliera, sono i sindacati. «Annunciamo per il mese di marzo - dichiara il segretario generale della Cgil Scuola, Enrico Panini - uno sciopero generale della categoria. Vogliamo una riforma vera. O saremo ascoltati o andremo avanti».
«Come confederazioni - dichiarato il segretario generale della Cisl, Daniela Colturani - portiamo avanti una proposta unitaria condivisa. Andremo avanti finchè non avremo risposte che riterremo soddisfacenti». Mentre il leader della Uil-scuola, Massimo Di Menna, sottolinea alcuni dei guasti che la riforma Moratti produrrebbe: «La verità è che cambia il lavoro degli insegnanti della scuola dell' infanzia, si riducono le ore di insegnamento di italiano, inglese, tecnica, con il sistema delle opzioni si trasforma la scuola in un supermarket dell'offerta formativa. Per di più non c'è certezza sugli organici. Ci sembrano ragioni sufficienti per protestare». Ed Epifani rilancia: «È assai probabile che il movimento di protesta crescerà fino a coinvolgere l'intera categoria. Bisogna ricordare che oltre alla questione del tempo pieno, c'è anche un'assenza di investimenti e la questione dei percorsi dei bambini, precocemente divisi».
Solidarietà a «tutti coloro che hanno scelto di impegnarsi per una scuola pubblica di qualità» è arrivata anche dal Sindaco di Roma, Walter Veltroni. Mentre il segretario dei Ds, Piero Fassino ha ribadito: «Quella del ministro Moratti non è una riforma, ma una "de-forma" che smantella la scuola pubblica e getta nell'inquietudine le famiglie italiane preoccupate di fronte a una scuola che non è più in grado di garantire ai ragazzi quel futuro sereno che tutti vogliamo».
Urlo Dei Giovani
UDG - News
20040229
20040228
"Berlusconi è un uomo disperato"
Berlusconi contro tutti. L’ennesima intemerata del premier contro la Prima Repubblica, la Guardia di finanza, la stampa, l’euro e chi più ne ha più ne metta, non sorprende più di tanto.
Francesco Cossiga commenta in chiave ironica: «Sono veramente preoccupato per le condizioni di salute dell'amico Silvio Berlusconi ma spero che si tratti di uno stato passeggero di amnesia dovuto allo stress o a qualche bicchiere di champagne in più». Infatti, spiega Cossiga, «ho letto che egli denuncia il fatto che il nostro paese si sta avviando a diventare uno stato di polizia. Evidentemente, nel momento in cui lo ha detto si era dimenticato di essere lui il presidente del consiglio dei ministri».
Il segretario diessino Piero Fassino liquida con poche battute le esternazioni del premier: «Per coprire i fallimenti del suo governo Berlusconi carica a testa bassa tutto e tutti, non esitando ad aggredire anche il Capo dello Stato. È un uomo disperato e conviene lasciarlo alla sua disperazione. Noi ci occupiamo dei problemi dell'Italia e degli italiani».
Ma è difficile non indignarsi di fronte alle troppe facce di un conflitto di interessi che straripa. «Chi è che, all'uscita da Palazzo Chigi, torna ad attaccare i magistrati? È il presidente del Consiglio o il presidente del Milan? Chi è, dei due, che evoca lo Stato di polizia di fronte ad una indagine tesa ad accertare eventuali illegalità nel calcio?». Se lo domanda Giachetti della Margherita. «Ormai Berlusconi non ha più confini ed entra a gamba tesa facendo più parti in commedia: ora il premier, ora il presidente della sua squadra di calcio, ora il padrone delle sue televisioni. I danni del conflitto di interesse sono ormai incalcolabili.L'Italia non è Milanello, ma per il premier non fa nessuna differenza».
Il premier che attacca tutti tirandosi fuori da ogni responsabilità e tira in ballo continuamente il passato. «Prima di attaccare qualunquisticamente la prima repubblica, Berlusconi si guardi intorno e non rischi di delegittimare il suo personale politico». È il commento di Nicola Mancino della Margherita, secondo il quale «l'attacco a tutto campo, dalla magistratura alla burocrazia, alle istituzioni, denuncia il nervo scoperto di un fallimento politico e programmatico». «È ridicolo - aggiunge Mancino - prendersela con i governi della passata legislatura dopo tre anni di governo Berlusconi. Solo chi si è improvvisato ai vertici di uno stato di per sé difficile come il nostro può dichiarare di non averne avuto precedentemente contezza».
In ultimo il presidente dei Ds su un altro argomento relativo al governo Berlusconi. «Sono riformista, sono per la riduzione del danno, meglio una amnistia ad personam che queste norme criminogene», ha detto il presidente dei Ds Massimo D'Alema riferendosi al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e alle norme legislative varate negli ultimi anni dal centrodestra.
20040227
20040226
LE BUGIE DEL CENTRO-DESTRA HANNO LE GAMBE CORTE
Telekom, Berlusconi non chiede scusa. E Trantino s'inventa la «centrale anarchica»
Il centrosinistra, dopo le dimissioni in massa di tutti i suoi rappresentanti nella commissione Telekom Serbia, chiede ai presidenti di Camera e Senato di «azzerare» l'attuale organismo bicamerale presieduto da Enzo Trantino. I commissari dell'opposizione hanno spiegato che «questa commissione si è suicidata, perché alcuni commissari e il suo presidente l'hanno condotta in un vicolo cieco»; e che l'ostinazione del centrodestra ad andare avanti vorrebbe dire «operare al limite dell'eversione».
Il vicepresidente della commissione, il diessino Guido Calvi, Marco Minniti (Ds), il capogruppo della Margherita, Michele Lauria (Prc), Giovanni Russo Spena, e dei Verdi, Giampaolo Zancan, ritengono che dopo la lettera di dimissioni dei componenti dell'opposizione Pera e Casini abbiano due possibilità: o prendere atto delle dimissioni, oppure respingerle; ma – hanno spiegato - «per quanto ci riguarda sono dimissioni irrevocabili». «A questo punto – hanno aggiungono - o i presidenti delle Camere interverranno sulla commissione, azzerandola, oppure nomineranno altri rappresentanti delle opposizioni, ma in questo caso – hanno sottolineato - nessuno del Centrosinistra vorrà far parte della commissione» presieduta da Trantino.
A questo punto, cercando forse di cavare d’impaccio i suoi, è intervenuto Berlusconi, definendo «fuori luogo» la reazione del centrosinistra. Mai in difesa e mai in imbarazzo il premier ha dettato alla maggioranza una linea iperoffensivista. Gli errori non si possono ammettere, e neanche stendere un velo pietoso. Così il presidente del consiglio ha scelto di dettare ai suoi una strategia del rilancio a tutti i costi. Anche a rischio di prestare il fianco a facili attacchi degli avversari.
Il comportamento della commissione, secondo Berlusconi, è stato « tutto sommato corretto e lineare». Ma il problema non è, quanto meno, in quel «tutto sommato»? Non ci sono state «tutto sommato» gravi irregolarità? Il premier non ha dubbi e provoca: «Francamente non vedo cosa i testimoni potessero aggiungere al fatto principale e cioè che ci sono stati un governo e una classe dirigente che hanno devoluto soldi pubblici italiani per sovvenzionare un dittatore. Tutto il resto sono sciocchezze».
«Non rispondo a delle espressioni provocatorie», ha detto poco dopo il segretario Ds Piero Fassino. «Telekom Serbia – ha aggiunto - è stata una montatura con prove false create dalla destra per accusare falsamente il centrosinistra e di questo la destra deve rendere conto. Chiediamo quindi - ha concluso - che ci si chieda scusa per questa montatura ordita nei nostri confronti da una destra che ha abbondantemente usato calunnie».
Ancora più duro il senatore Ds Guido Calvi, membro dimissionario della commissione: «Berlusconi si vergogni per quanto ha dichiarato oggi su Telekom Serbia. Fu il suo governo, e non altri, nel 1994 a tenere contatti continui e stretti con Milosevic. Furono l'allora ministro degli Esteri Martino e quindi il suo sottosegretario Livio Caputo, a recarsi a Belgrado, tanto da far parlare i giornali jugoslavi di importanti trattative economiche in corso».
Nel frattempo, in una conferenza stampa pomeridiana, la maggioranza conferma l’intenzione di andare avanti, proseguendo i lavori della commissione. «La commissione - ha sostenuto Maurizio Eufemi, capogruppo dell’Udc - è legittimamente composta, non vi è il diritto di impedire che la commissione prosegua i suoi lavori. Sarebbe un precedente grave e pericoloso se il comportamento». E il presidente Enzo Trantino si inventa un nuovo retroscena, ipotizzando l'esistenza di una «centrale deviata, una entità autonoma, che agisce per fini propri colpendo a destra e sinistra, che potrebbe aver confezionato i falsi documenti», portati poi in commissione da personaggi come Igor Marini e Antonio Volpe. E da chi sarebbe stata messa in piedi questa fantomatica centrale? Addirittura, sostiene Trantino, da «un'iniziativa anarchica, al di fuori delle collocazioni istituzionali sia di centro sinistra che di centro destra».
20040225
20040223
VAI ADRIANO....SIAMO CON TE!!!
La redazione de "L'Urlo dei Giovani" esprime tutta la propria solidarietà nei confronti del Portavoce del Circolo de LA MARGHERITA "Don Luigi Sturzo" Adriano Quadrini "vittima" di un ingiustificato quanto inutile "attacco" personale.
La redazione invita il Sindaco Sandro De Gasperis ad abbassare i toni della disputa politica, altrimenti gli potrà essere imputato lo scadimento della dialettica sana e costruttiva a misero pettegolezzo (come Lui è abituato a fare).
Questo è un utile consiglio, quindi caro Sindaco impegnati correttamente!!!!
20040221
20040220
Casini e Follini contro Berlusconi: «Basta con la demagogia»
«Con la demagogia non si costruisce nulla di buono». Pier Ferdinando Casini bolla così il discorso fatto da Berlusconi ad Atene, dove ha definito «ladri» tutti i politici di professione. E lo fa parlando alla Camera, a conclusione di un dibattito sulle parole del presidente del Consiglio. L’intervento di Casini segue di pochi minuti quello di un altro alleato di Berlusconi, il segretario dell’Udc, Marco Follini.
«Dico di no con tutta la forza che ho» aveva detto poco prima Follini riferendosi al discorso del capo di Forza Italia. «Faccio parte – dice Follini che inizia a parlare accolto da un lungo applauso dei deputati - di una generazione cresciuta a pane e politica e considero questi anni come un tempo guadagnato». Certo- precisa- i politici non sono e non devono essere una «casta» e non vanno considerati dei «bramini», e però non sono neppure dei «paria». «No, non ci sto» grida Follini, senza mai nominare Berlusconi. «Ho visto- ricorda - dirigenti politici come De Gasperi vivere in povertà. e ho visto dirigenti politici come moro morire per le proprie idee». Quindi, aggiunge in tono asciutto: «Non conosco onestà più grande di questa».
Subito dopo parla il presidente Casini. Nessun dubbio su «dignità, importanza, primato» della politica come «servizio al nostro paese», e comunque «con la demagogia non si costruirà nulla di buono», dice Casini. Salvo poi lanciare un salvagente a Berlusconi, per evitare forse di dover spiegare per quale motivo – di fronte ad un attacco così violento contro chi fa politica per professione – non arrivi ad una esplicita rottura con il suo alleato che sta a Palazzo Chigi.
Dice il presidente della Camera: «In una democrazia liberale nessuno, nemmeno tra gli uomini politici è al di sopra di ogni sospetto: ciascuno può e deve essere verificato da un controllo costante dell'opinione pubblica». E aggiunge: « Non vorrei che il tramonto delle ideologie coincidesse con una nuova concezione della politica, trasformata in una lotta per il potere dove tutto può essere ribaltato e stravolto seguendo solo la suggestione effimera dei propri tornaconti particolari».
Altri alleati della Casa delle Libertà, però, preferiscono nascondersi dietro una battuta. Come Gianfranco Fini, un altro cresciuto a pane e politica: «Io sono giornalista professionista, iscritto all'Albo dal 1974». Soltanto? No, ammette il presidente di An, «sono anche un politico».
20040219
LA FINE DELLA DEMOCRAZIA E' ARRIVATA. VERGOGNATI SILVIO...
L'assemblea del Tg3 sul caso Primo Piano: «Censura inaccettabile»
I giornalisti del Tg3 ritengono «inaccettabile la vera e propria censura effettuata sulla puntata di Primo Piano del 12 febbraio», e denunciano la «difficile situazione in cui si trova chi vuole fare informazione in questo Paese». La presa di posizione dell’assemblea dei redattori della testata della Terza rete Rai arriva dopo l’incredibile episodio di giovedì, quando il direttore della Prima Rete, l’ex deputato di Forza Italia Fabrizio Del Noce, ha negato l’uso delle immagini di Berlusconi nel Porta a porta di martedì scorso. A Primo piano era stato invitato il leader della Margherita, Francesco Rutelli, che avrebbe dovuto replicare al monologo berlusconiano della trasmissione di Bruno Vespa.
«Continuiamo a ritenere - si legge nel comunicato diffuso alla conclusione dell'assemblea dei giornalisti della testata - che tutte le opinioni, quelle del presidente del Consiglio come quelle dei leader dell'opposizione, debbano essere oggetto di commento e confronto. Meglio sarebbe se questo confronto potesse essere diretto ma, come è noto, questa possibilità viene costantemente negata. Su Primo Piano c'è stata censura. Non può essere considerata normale dialettica aziendale negare al Tg3 l'utilizzo di immagini già mandate in onda da tutti i telegiornali pubblici e privati».
La dura presa di posizione dell’assemblea sindacale segue un comunicato del Comitato di redazione, sostanzialmente identico nel tono e nella sostanza della denuncia.
La denuncia dell’incredibile censura, che la dice lunga su che cosa significhi concretamente il controllo di sei reti televisive da parte del premier, è stata accolta rabbiosamente dalla destra. «Un’anomalia da sanare» grida Michele Bonatesta di Alleanza nazionale, con un linguaggio denso di minacce. Paolo Barelli, vicepresidente dei senatori di Forza Italia, parla di «guerra mediatica, premeditata e unilaterale».
Insomma, con una carambola già vista altre volte, il centro destra alza il tono per nascondere la realtà. Reagisce Giampaolo D’Andrea, della Margherita: «C'è un limite alla decenza di fronte agli attacchi della destra a Primo Piano. Di fronte allo scandalo delle pressioni e del tentativo di imbavagliare un programma giornalistico, la maggioranza cerca pateticamente di confondere le acque e di colpire una volta di più Raitre».
«L'aggressione senza precedenti condotta ieri sera dal servizio d'ordine mediatico di Berlusconi nei confronti di Francesco Rutelli è solo un antipasto di quanto accadrà in occasione della prossima competizione elettorale». Giuseppe Giulietti, portavoce dell'associazione Articolo 21, ed egli stesso ex giornalista del Tg3, è netto. «Un presidente del Consiglio ormai in caduta libera - attacca Giulietti - tenterà di recuperare artificiosamente consensi attraverso una massiccia campagna di propaganda a reti unificate».
20040218
Berlusconi: non pagate le tasse
Contro gli avversari. Contro i suoi alleati. È cominciata la solitaria gara elettorale del premier in versione Achille che si vanta di aver sempre fatto le corse «pensando di andare io veloce e non guardando gli altri». L’unica forma di stato che Berlusconi sembra capace di concepire è la monarchia assoluta con lui sul trono. Purtroppo deve fare i conti con l’opposizione ed anche con la sua coalizione. Ma innanzitutto con gli italiani. Che potrebbero riservargli qualche brutta sorpresa nel compresso week end elettorale, ormai è deciso, del 12 e 13 giugno quando saranno chiamati alle urne a votare per le europee e le amministrative. Accorpate nel tentativo di scongiurare il disastro in un “election day” che potrebbe essere replicato nel 2006, con l’unificazione di politiche e regionali.
Ma per quello c’è ancora tempo. Ora il premier deve convincere gli elettori che lui è il meglio che c’è. Andandoli a toccare dove c’è maggiore sensibilità: le tasche. Che il mancato controllo del suo governo sull’introduzione dell’euro ha reso più vuote e che ora il premier si impegna a riempire abbassando la pressione fiscale, un «imperativo categorico» che c’era al primo punto del televisivo contratto con gli italiani e che in tre anni non è stato realizzato.
Nel frattempo ci si può difendere con l’evasione, «moralmente autorizzata», perché, ecco il rozzo ragionamento, «se io lavoro, faccio tanti sacrifici e lo Stato poi mi chiede il 33 per cento di quel che ho guadagnato, sento che è una richiesta corretta, in cambio dei servizi che ricevo. Ma se lo Stato mi chiede il 50 e passa per cento, avverto che è una richiesta scorretta a mi sento moralmente autorizzato ad evadere per quanto posso questa richiesta».
Quello che non ha fatto in tre anni Berlusconi promette di farlo nei prossimi mesi, con le future leggi di bilancio. Non costa niente. Nel bel mezzo di una giornata convulsa, segnata da un vertice di maggioranza convocato a pranzo per chiudere formalmente «la benedetta verifica» e poi aggiornato alla cena, mentre alla Camera il dibattito sul decreto “salvareti” veniva soffocato nel voto di fiducia, il presidente del Consiglio ha dato il via alla sua personale campagna elettorale, unico premier europeo a candidarsi mentre a Berlino Germania, Francia e Gran Bretagna si accingono a parlare di Europa tra loro. E vengono liquidati con un «mi pare un pasticcio» che ricorda molto la favola della volpe e l’uva.
Da Palazzo Chigi, con il solo portavoce Paolo Bonaiuti al fianco, Berlusconi ha cominciato a sciorinare slogan. Contro il centrosinistra. Non risparmiando gli insofferenti partner che non è riuscito a convincere dell’opportunità di una lista unica del centrodestra ma che alla fine nel loro simbolo dovranno impegnarsi a segnalare l’appartenenza alla Casa delle libertà. Non si facciano illusione quelli. I sondaggi dicono che non ci sarà passaggio di voti dall’uno all’altro. L’uomo il cui «talento innovatore è al servizio dell’Italia» e che tale è stato «fin dalla scuola elementare» è «ottimista».
È sicuro di vincere. Punta sulla memoria corta degli italiani. E sull’uso indiscriminato del mezzo televisivo, lo «strumento di comunicazione per eccellenza», «il luogo dove converge l’interesse dei cittadini», da cui ossessivamente riproporre gli impegni del suo contratto firmato davanti al notaio Vespa. Per l’opposizione che ha dovuto «cercare un leader in prestito» c’è solo disprezzo. I problemi che deve affrontare «sono stati ereditati da loro» perché «purtroppo il destino ha diviso in due i politici italiani: quelli che hanno fatto disastri e quelli che sono portati a risolverli», cioè lui. «Quando mi trovo davanti a queste persone -insiste- io penso “ma tu cosa hai fatto nella vita? Cosa hai fatto?”. Non incontro leader e leaderini perché tutto si trasformerebbe in una rissa. Io espongo dati, soluzioni e loro fanno le chiacchiere, dicono menzogne».
E ancora. Prodi si vanta di aver fatto pagare una tassa per l’Europa, «ma non c’è nulla di cui vantarsi» nel far pagare imposte, spiega il premier che ha appena giustificato l’evasione. E ce n’è anche per la Corte Costituzionale che a volte «interviene con certi provvedimenti che sono addirittura l’opposto di quanto deciso dal popolo» come nel caso del referendum sul numero di reti televisive per Rai e Mediaset. Ma si sa, quello che dovrebbe essere «un organo di garanzia ha dieci membri che appartengono allo schieramento di sinistra e 5 di destra. Quindi non c’è da meravigliarsi se prende certi provvedimenti». E poi c’è anche la “par condicio”, «una legge da abrogare» quando riuscirà a convincerne della necessità alcuni riottosi partner con i quali, per il momento, bisogna cercare di chiudere il documento sulla verifica. Poi si vedrà.
Intanto si va al voto. Nei giorni stabiliti che stravolgono il calendario elettorale. Con l’incompatibilità «per i parlamentari nazionali, per i presidenti, gli assessori e i consiglieri regionali, per i sindaci delle grandi città». Restano «quelle per i membri della Commissione europea e dei governi nazionali» già in vigore mentre viene allungato il tempo per optare tra una carica e l’altra se già se ne copre una e si viene eletto al Parlamento europeo. I collegi «restano cinque», le preferenze «passano a tre in tutte le circoscrizione, sullo sbarramento al 3 o 4 per cento» c’è ancora bisogno di discutere.
L’appuntamento per la prima manifestazione insieme del centrodestra «unito e libero» che Berlusconi insiste nel rappresentare ma che vede solo lui, è fissato per il 27 marzo a Roma. Intanto via con gli slogan. Una proposta? «Centrosinistra, più tasse. Centrodestra, meno tasse». Specialmente se si è autorizzati ad evaderle. Immoralmente.
20040217
Elezioni, Berlusconi lusinga gli evasori e per candidarsi cambia le regole
Il presidente del consiglio? Gli elettori «lo premieranno con un voto di fiducia e di apprezzamento». Parola di Silvio Berlusconi. Che in caso di sconfitta non si dimetterà, perché, dice, a differenza di D'Alema, non è arrivato al governo grazie a una «congiura di palazzo».
Quella che va in scena di fronte ai giornalisti convocati a Palazzo Chigi è quasi una seduta di autoanalisi. Il premier conferma la sua decisione di candidarsi alle elezioni europee, unico fra tutti capi di governo della Ue: «La mia sarà una candidatura di bandiera, ma a sinistra la paura fa 90». Quindi annuncia le conclusioni del vertice di maggioranza che si è appena concluso. E aggiunge lapidari commenti sul suo stato d’animo. Naturalmente sotto forma di slogan: «Non ho nessuna incertezza – annuncia - Sono assolutamente ottimista sul futuro del governo e del paese. Sono soddisfatto». Se qualcuno ha dei dubbi è avvisato: non è questo il momento per i tentennamenti: «Non sono mai stato così ottimista in questi due anni e mezzo», dichiara Berlusconi.
Il premier non si limita a riprendere l’argomento propagandistico di sempre, le tasse. Ma alza il tiro: tasse molto alte possono indurre all’evasione fiscale. Il che, detto da un capo di governo, suona, prima ancora che come un’ammissione di impotenza, come un’istigazione a delinquere. «Se si chiede una pressione del 50% ognuno si sentirà moralmente autorizzato ad evadere», è la spiegazione di Berlusconi. Che poi annuncia: tra sessanta – novanta giorni (ovvero in perfetta coincidenza con l’inizio della campagna per le Europee), annunceremo la diminuzione della tasse, che sarà contenuta nella finanziaria del 2005. Lo slogan è già pronto: «Centrosinistra significa più tasse. Centrodestra significa meno tasse. Prodi si vanta di avere creato la tassa per l'euro».
La campagna elettorale parte così. Con una dozzina di messaggi pubblicitari offerti alle agenzie di stampa e ai giornali. E con l’annuncio che nel vertice di oggi si è raggiunto un accordo su vari argomenti. L’obiettivo è chiaro: sottoporre a restyling le leggi elettorali, addomesticandole agli interessi della maggioranza, fare il lifting alla coalizione, perché nessuno si accorga che le vere novità, in questi giorni, avvengono a sinistra. Per rendere meno traumatica la primavera elettorale la Casa delle Libertà proverà a imporre l’election day: amministrative ed europee in due soli giorni, il 12 e il 13 giugno. Quindi le incompatibilità. «Rispetto al mandato di parlamentare europeo ci sarà - dice Berlusconi - incompatibilità per i parlamentari nazionali, per i presidenti e gli assessori e i consiglieri regionali, i presidenti di provincia e per i sindaci dei comuni con più di 15 mila abitanti». Tutti, insomma, tranne i membri del governo, che evidentemente godono di molto tempo libero.
Altro chiodo fisso di Berlusconi è la par condicio. Su questo punto l'accordo nella maggioranza ancora non c'è. Ma il pressing del premier proseguirà anche nei prossimi giorni, perché, dice, questa «impar condicio» è «profondamente illiberale e liberticita».
Lo slogan della Cdl per le elezioni europee sarà “uniti e liberi”. Un riferimento al simbolo della coalizione comparirà nei marchi dei singoli partiti. Soluzioni che sembrano scimmiottare quelle proposte (e superate) dal centrosinistra nei mesi scorsi.
Quindi Berlusconi spiega: «Sapete perché non vado a incontrare leader e leaderini della sinistra? Perché si trasformerebbe tutto in rissa». Cioè, spiega il premier, non potrei fare a meno di insultarli: «Io non potrei che dirgli “sei un bugiardo, un calunniatore”. Quando li vedo mi viene da chiedergli: ma tu che ha fatto nella vita?”»
Stasera, infine, si chiude questa «benedetta» verifica, e il documento programmatico finale rappresenterà «una orgogliosa manifestazione di ciò che fatto il governo in due anni e mezzo».
20040216
CARO MINISTRO TREMONTI....BASTA!!! NON NE POSSIAMO PIU'!!! PER FAVORE, LA PROSSIMA VOLTA CI RISPARMI LE SUE "GENIATE" SULLA SITUAZIONE ECONOMICA ITALIANA.
Tremonti si accorge del carovita, ma dà la colpa a Prodi
«I prezzi? Lo chieda al candidato Prodi e al suo euro malfatto». Con questa frase, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha così liquidato il problema del carovita. Dopo mesi di sdegnosi dinieghi, ora anche il governo si è accorto della situazione drammatica in cui vivono le famiglie italiane e, in vista delle elzioni, il ministro Tremonti si incarca di rabbonirle. Suo è il progetto di una "guerra" sia all’evasione fiscale sia al carovita, secondo cui si dovrebbero stroncare eventuali aumenti ingiustificati e punire gli speculatori. Il tutto tenendo ben presente che la colpa è dell'Euro, però. E di Prodi naturalmente, avversario-bersaglio alle prossime elezioni europee.
«Prima era colpa dell'euro, poi delle massaie che non sceglievano il banchetto meno caro. E ora? Tremonti prende le sue decisioni e mette negli uffici postali l'elenco dei negozi più convenienti del quartiere.
Un'ammissione di colpa, una goffa trovata elettorale che non cambierà la precaria situazione delle famiglie italiane», ha commentato Mauro Agostini (Ds), secondo cui «per due anni e mezzo non s'è fatto nulla e ora ci si accorge che i prezzi andavano monitorati a cominciare dalla delicata fase del passaggio all'euro, che le tariffe dovevano essere tenute sotto controllo. Invece di sorvegliare, il governo ha messo in atto condoni e lassismo. Ora Tremonti ammette le colpe».
Tremonti «ricorda la storia del bandito fatto sceriffo», ha detto Alfiero Grandi (Ds). «Tremonti prima ha sostenuto per più di due anni che l'inflazione in Italia non era un problema, contro ogni evidenza, e in particolare sottovalutando che la media europea dell'aumento dei prezzi, senza l'Italia, è stata costantemente un punto al di sotto. Quindi - ha sottolineato il vicepresidente della commissione Finanze della Camera - l'Italia ha perso per almeno due anni un punto di competitività rispetto agli altri paesi europei, che inoltre sono anche il mercato più importante per il nostro paese. Ora pensa di utilizzare la Guardia di Finanza quando la stalla è ormai vuota e i prezzi sono già aumentati. Per di più il controllo dei prezzi non è un compito proprio della Guardia di Finanza, in quanto il controllo dei prezzi dovrebbe essere affidato semmai ai Comuni e quindi ai Vigili Urbani».
«Si corre ai ripari quando i buoi sono già scappati», ha subito ribadito il responsabile economico della Margherita Enrico Letta. Ora, sottolinea, «il governo del 'meno tasse per tutti’, promessa peraltro non mantenuta, si è accorto che occorrevano attenzione e sorveglianza. Questa mossa tardiva di Tremonti dà nei fatti ragione al presidente della Commissione Ue Romano Prodi, che ha denunciato le gravi carenze del governo italiano nella gestione dell'introduzione dell'euro». «Tutti gli altri paesi dell'euro - spiega Letta - hanno adottato misure di controllo adeguate prima che le speculazioni potessero verificarsi, guidando l'introduzione della moneta unica. In Italia, invece, abbiamo assistito a due anni e mezzo di condoni di tutti i tipi e a messaggi lassisti».
Ancora più polemica la replica del presidente della Confesercenti, Marco Venturi, che non ne può più «dei ricatti e dei tentativi di far passare per servizio ai consumatori un'evidente minaccia finalizzata a costringere i commercianti ad aderire al concordato fiscale». Venturi sottolinea che dietro a queste misure «c'è lo spettro del fallimento del concordato che aleggia sui conti pubblici, dopo che nei primi 10 giorni sono state presentate soltanto 700 domande di adesione. Siamo di fronte ad un buco senza fondo, tra i condoni e un concordato che da solo costerà alle piccole e medie imprese il 13,5% in più in due anni». E Venturi si prepara già al contrattacco: se negli uffici postali compariranno i listini voluti da Tremonti «allora - annuncia il presidente - metteremo nei negozi altrettanti tabelloni per indicare gli aumenti delle tasse e delle tariffe imposti dal governo e dagli enti locali».
Il vero responsabile dell'aumento dei prezzi, sottolinea Venturi, «è il governo, insieme agli aumenti tariffari» e si parla in particolare dei rincari Ici, occupazione di suolo pubblico, nettezza urbana, eccetera. I consumi, afferma il presidente, «non ripartono perché il potere d'acquisto delle famiglie italiane si riduce a causa di un'economia che non cresce e di imposte che non calano». E di fronte a questa situazione, «il governo ha pensato bene di mettere ancora una volta alla gogna i commercianti, annunciando tabelloni negli uffici postali che indicano i negozi “buoni” e discriminano, danneggiandoli, quelli che non compaiono nella lista». Il tutto, ha precisato il presidente di Confesercenti, senza considerare i costi di produzione e «con l'evidente obiettivo di favorire ancora una volta la grande distribuzione che, di fatto, applica prezzi più alti delle piccole imprese commerciali». Per non parlare poi del pulpito scelto per suggerire ai consumatori il sistema per risparmiare: «nel 2003, infatti, le tariffe Bancoposta hanno fatto registrare un aumento del 26,7%, il terzo in ordine di grandezza tra gli incrementi tariffari».
20040214
"Il mercato non basta, il futuro dell'Europa dipende solo dalle forze democratiche"
«Questa è già ora la mia casa». Era questo che aspettava di sentire il pubblico della convenzione dell’Ulivo. «Questa è già la mia casa. Questa è la mia famiglia». E’ a questo punto che tutti scattano in piedi applaudendo, come avevano fatto all’inizio, quando Romano Prodi è entrato nel catino del Palalottomatica, come faranno alla fine salutati con un augurio: «arrivederci, a presto».
Il ritorno del professore nella politica italiana: era questo che si aspettava da due giorni. E questo che si è visto, anche se Prodi conferma la sua intenzione di non candidarsi alle prossime elezioni europee, augurandosi che lo facciano anche i capi degli esecutivi nazionali, «tutti i capi degli esecutivi nazionali».
Immediatamente prima del suo ingresso nel palazzotto c’è il collegamento con Enzo Biagi, accolto da un’ovazione seconda solo a quella ricevuta dal presidente della commissione europea. Ed è proprio l’anziano giornalista, con un ironico ricordo ad annunciare il suo ingresso. L’entrata di Prodi è accompagnata dalle note di una colonna sonora a lungo studiata dagli strateghi della comunicazione ulivisti: 1Una vita da mediano» di Ligabue. Una vita da mediano, e per tutto il suo intervento Prodi mantiene quel tono sobrio, sorridente, rassicurante che vuole essere l’opposto di Berlusconi. Uno stile perfettamente rappresentato tanto dal gridolino scherzoso con cui risponde alla standing ovation del pubblico ulivista, quanto dalla serietà e dalla compostezza istituzionale del duo discorso. Un mediano, ma anche un leader: è questo che cercano gli elettori dell’Ulivo e gli stessi vertici dei partiti. Ed è questo il senso ultimo di questi due giorni romani: la costruzione di una forza politica che abbia uomini, forme, programmi, ma anche un capo.
In quasi un’ora di intervento Prodi non nomina mai Berlusconi. Lo fa volutamente. E anche questo, insieme alle dichiarazioni rancorose che arrivano dai telefoni di Todi, dimostra che il presidente del consiglio questa volta è costretto a inseguire. Non nomina mai Berlusconi, tuttavia Prodi dice alcune cose molto chiare. Una è un leitmotiv: «Sappiamo che esiste il mercato ma esiste anche il governo. Il mercato senza governo non è libero».
Gli show di Berlusconi contro la sinistra e i comunisti sono bollati con sarcasmo: frutto di una «fantasia malata». La bocciatura del governo è totale: sulla politica estera, sull’economia, sulle politiche sociali. Ma quello che conta di più è che da oggi si inizia a definire un’altra idea di governo, a partite dall’Europa, da quell’europeismo che Prodi rivendica come «stella polare» dell’Ulivo fin dalla sua nascita, dieci anni fa. Il presidente della commissione europea si augura la nascita di un 1popolo europeo» e ne vede i segnali nelle grandi manifestazioni per la pace nello scorso venti marzo, che hanno unito tutte le capitali del vecchio continente.
«Si può far ironia – conclude – ma mentre gli altri si dividono noi ci uniamo insieme per costruire una nuova classe dirigente, una nuova classe di governo. Il 13 giugno è solo una tappa. Più in là ci aspetta un altro traguardo. In quella direzione saremo ancora più numerosi». Poi la festa finale, l’approvazione della dichiarazione di intenticon cui le forze della lista unitaria tracciano la strada da seguire nei primi mesi da trascorre insieme. E l’abbraccio con Rutelli e Fassino. A quest'ultimo vengono riportate le frasi di esponenti della destra, che condannano l'uscita di Prodi ad una manifestazione di partito. La risposta è secca: «Tra poco saranno gli italiani a chiedere a Fini e a Berlusconi di andarsene».
20040213
«Avete un premier da commedia dell’arte»
PARIGI Tutti sappiamo che la Francia è guidata da un Presidente di centro-destra rieletto a suffragio universale nel 2002 - sia pure in circostanze molto particolari - con l’82,5% dei voti. E che viene governata grazie ad un’ampia maggioranza parlamentare la quale, secondo ogni previsione e malgrado le varie disavventure giudiziarie di alcuni fra i suoi esponenti maggiori, sarebbe destinata a restare pragmaticamente fedele al Presidente fino alla grande tornata elettorale del 2007. Qualcuno penserà che questo Paese governato dal centro-destra possa nutrire una simpatia “ideologica” per l’Italia berlusconiana. Invece basta scorrere ogni giorno i principali organi della stampa francese per avere prove concrete del contrario.
Il professor Marc Lazar mi riceve, con la consueta amichevole cortesia, nel suo ufficio di direttore della Scuola Dottorale di Sciences Po, il prestigioso Istituto di Studi Politici di Parigi che costituisce uno dei grandi laboratori dove si forma la classe dirigente della Francia. Lazar, che insegna Storia e Sociologia Politica appunto a Sciences Po, è oggi il maggior specialista francese dell’Italia contemporanea, alla quale ha dedicato negli ultimi vent’anni una parte rilevante dei suoi studi. Ed è anche uno dei rarissimi intellettuali parigini che hanno studiato seriamente l’italiano, che lo parlano con una pronuncia corretta. In particolare, gli piace lo stile un po’ “informale” che caratterizza le nostre relazioni personali e professionali, a contrasto con l’atteggiamento abituale dei francesi.
Perchè i francesi, di sinistra ma anche di centro e di destra, non amano Berlusconi? Perchè la classe dirigente francese (esponenti politici, operatori economici, intellettuali) è pressochè unanime nel manifestare una sorta di repulsione “di pelle” nei confronti della coalizione al governo in Italia?
«E’ chiaro che l’Italia berlusconiana presenta un’immagine globale sempre più dominata dalle troppe parole e dall’eccesso di lifting : e qui non mi riferisco soltanto a quello che il vostro Presidente del Consiglio ha fatto realizzare di recente sui propri connotati. È un’immagine sempre meno positiva sul piano delle realtà economiche concrete, sempre meno autorevole a livello europeo. L’immagine di una nazione estremamente lacerata ed inquieta. Non credo però che la sinistra italiana abbia motivo di rallegrarsi troppo della scarsa popolarità di Berlusconi in Francia, giacchè finisce per confermare vecchi pregiudizi sul vostro Paese. In altre parole, è riapparso nell’immaginario collettivo dei francesi il fantasma della Commedia dell’Arte, quel fantasma di un’Italia pasticciona e furbesca che i governi di Prodi e Amato avevano contribuito a smentire. In realtà, i francesi hanno una conoscenza superficiale della complessa realtà italiana, e si affidano volentieri a stereotipi rassicuranti : un personaggio come Berlusconi conferma alla perfezione i luoghi comuni sull’eterna superiorità della Francia rispetto alle altre nazioni latine».
Vediamo in dettaglio come si articolano i vari atteggiamenti. Cominciamo dai politici...
«I politici francesi sono generalmente assai critici sull’attuale governo italiano. Quelli di sinistra e di centro-sinistra, per motivi fin troppo ovvi. Quelli di destra e di centro-destra sono diffidenti, in quanto vedono nel berlusconismo un’imitazione grottesca degli aspetti più teatrali, meno seri della politica americana, e naturalmente non hanno apprezzato l’allineamento del governo italiano sulle posizioni USA in occasione della guerra in Irak. Tuttavia, non bisogna dimenticare che sia Forza Italia che l’UMP (il partito di Chirac) fanno parte del Partito Popolare Europeo, e che le relazioni tecniche fra i rispettivi ministeri appaiono improntate ad una buona collaborazione. Basti pensare agli ottimi rapporti fra i massimi responsabili della politica economica dei due Paesi, Tremonti e Mer. Lo stesso Primo Ministro Raffarin, espressione della Francia provinciale che detesta il gergo tecnocratico e si oppone all’arroganza parigina, ha espresso interesse per le qualità comunicative di Berlusconi».
Come sono considerati dai politici francesi i principali alleati di Forza Italia ?
«Alleanza Nazionale è stata accolta inizialmente come un’ennesima reincarnazione del fascismo, ma oggi Fini è l’esponente più rispettato in Francia di tutto il governo italiano. Certo, il suo passato viene considerato esecrabile, ma la sua immagine attuale è quella di un uomo giovane, responsabile, e soprattutto non del tutto liberista come la maggior parte dei ministri. Non dimentichiamo che il dirigismo economico fa parte integrante della cultura politica francese, anche di destra. Molti a Parigi manifestano una totale incompatibilità con il linguaggio di Berlusconi, ma capiscono benissimo quello di Fini, e sperano che sia lui il futuro leader del centro-destra italiano. Completamente diverso il caso della Lega Nord. Il suo stile rozzo ed estremista, e soprattutto le sue idee populiste, localiste ed antieuropeiste sono inaccettabili per tutti i settori dello schieramento politico francese».
E il mondo economico? Sarebbe concepibile in Francia il fenomeno di un importante imprenditore privato che diventa capo del governo?
«Sebbene in parte affascinati dalla sua retorica liberista, gli operatori economici francesi non capiscono bene perchè un imprenditore come Berlusconi abbia deciso di fare politica, e alcuni di loro si chiedono per quali inconfessabili motivi lo abbia fatto. Tutti ricordano il caso relativamente recente di Tapie, uscito dalla politica con la stessa rapidità con cui vi era entrato, per affrontare un calvario di aule giudiziarie e di celle carcerarie. Il fenomeno di un Berlusconi francese appare improbabile, anzi quasi impossibile, per una serie di buoni motivi. Anzitutto, bisogna dire che qui il sistema di formazione della classe politica, benchè malato, funziona ancora secondo regole proprie. In secondo luogo, va considerato che il mondo economico francese ha sempre mantenuto un efficace canale di dialogo con il mondo politico, malgrado certi momenti di tensione come il confronto con il governo di sinistra sulla legge che istituiva le 35 ore. Inoltre, per ragioni storiche ben conosciute, gli imprenditori non hanno in Francia il sentimento di sfiducia verso lo Stato così diffuso in Italia, ed è anche per questo che non avvertono alcun vero bisogno di sostituirsi ai politici».
Qual è la posizione degli intellettuali?
«Quasi tutti gli intellettuali francesi sono molto influenzati da quelli italiani, e ne condividono l’atteggiamento così maggioritariamente e duramente critico verso il governo Berlusconi. Per la verità, in Francia gli intellettuali hanno una conoscenza delle cose italiane che per lo più è altrettanto superficiale di quella degli altri settori della società. Quindi la loro posizione non si fonda su una vera curiosità di capire i meccanismi che hanno portato Berlusconi al potere, ma piuttosto sulla delusione di assistere al tramonto - determinato dalla volgarità e dal populismo dell’attuale governo - di una certa loro immagine mitica dell’Italia».
* direttore dell’Istituto di studi politici di Parigi
20040212
20040211
PRENDI UNA DECISIONE CHIARA!!!
Fino a ieri il presidente del consiglio e i suoi alleati facevano a gara di revisionismo, "e il fascismo non era poi tanto male... e Mussolini non ha mai ammazzato nessuno... e le vacanze al confino...". Oggi un Magistrato parla di fascistizzazione e questi si arrabbiano di brutto. Insomma, che si decidano!!!
20040210
I veri problemi della giustizia
di Gerardo D’Ambrosio
Alcune espressioni usate, nella relazione conclusiva del 27° Congresso Nazionale dell’A.N.M., dal segretario Fucci hanno determinato una fortissima reazione da parte della maggioranza, che ha parlato, senza mezzi termini, di costituzione del partito dei giudici, di grave ed inaudita aggressione al Parlamento. Le stesse espressioni hanno pure provocato prese di distanze più o meno decise da parte di esponenti di quasi tutte le forze di opposizione presenti in Parlamento e dello stesso Presidente dell’A.N.M. Bruti Liberati.
L’espressione usata, specie se estrapolata dal contesto in cui è stata pronunciata, é senz'altro infelice ma, devo dire che le reazioni mi sono sembrate eccessive. È bene dire subito che il segretario Fucci, commentando il disegno di legge di modifica dell'ordinamento giudiziario, non ha parlato di “fascistizzazione” o di tentativo di fascistizzazione della Magistratura, come è stato brutalmente sintetizzato da alcuni media.
Egli infatti, prima di usare quell'espressione ha elencato i punti essenziali della proposta di riforma e rilevato che essa: a) sviliva il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura; b) negava l'essenza della funzione del giudice e vanificava il ruolo dell'avvocato, in quanto poneva limiti invalicabili all'interpretazione; c) attuava di fatto la separazione delle carriere; d) creava i presupposti per condizionare la magistratura sia attraverso il controllo politico delle procure della Repubblica e sia attraverso l'attribuzione del potere disciplinare ad un organo esterno alla Magistratura e diverso dal Consiglio Superiore della Magistratura; e) vanificava il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, perché rendeva solo apparente la maggiore terzietà del giudice. Solo dopo ha aggiunto testualmente: «che tutti questi dati riportavano alla mente la deriva istituzionale del 1923, rappresentata dall'emanazione dell'Ordinamento giudiziario c.d. Oviglio, che ricostituì in pieno la struttura gerarchica dell'Ordinamento Giudiziario e pose le premesse per tentare la “fascistizzazione della magistratura”».
Ciò posto appare del tutto evidente che il riferimento era alla deriva istituzionale del 1923 ed alle premesse che la legge Oviglio aveva gettato per il successivo tentativo. Nel 1923 infatti, quando fu approvato l'ordinamento giudiziario “Oviglio” i deputati fascisti costituivano ancora una esigua minoranza (alla camera meno del 7% del totale) e quella legge fu espressione non tanto dei fascisti, ma della volontà degli altri gruppi parlamentari presenti in parlamento: liberali, popolari, socialisti riformisti e liberali democratici. Fu insomma espressione di finalità del tutto diverse dalla fascistizzazione, a quel tempo neppure ipotizzabile, quale quella di mantenere, da parte del potere politico, un controllo diretto sul Pubblico Ministero ed attraverso questo una certa influenza sulla magistratura giudicante, finalità evidentemente condivisa da molti ed in particolare dai cosìddetti poteri forti. È noto che nello stesso periodo fu approvata la legge elettorale Acerbo (che consentiva al partito che avesse ottenuto una percentuale di voti non inferiore al 25% di avere in parlamento due terzi dei seggi) con l'appoggio pieno di Calandra, De Nicola, Orlando, Giolitti e dei loro gruppi rispettivi, in quanto i liberali erano giunti alla conclusione che un governo di partito, fosse pure quello fascista, costituisse il male minore rispetto alla ingovernabilità del momento.
La preoccupazione del segretario Fucci insomma non era tanto quella di segnalare ai colleghi ed all'opinione pubblica un nuovo pericolo fascista ma quella di esprimere con forza la preoccupazione per le conseguenze che l'approvazione definitiva, da parte della Camera dei Deputati del testo dell'Ordinamento Giudiziario già approvato dal Senato, avrebbe potuto comportare per l'indipendenza della magistratura. Tale preoccupazione si concilia perfettamente con la sensazione subito prima espressa dallo stesso Fucci che l'ordinamento giudiziario non fosse ispirato tanto a migliorare l'efficienza dell'amministrazione della Giustizia ma alla volontà della maggioranza di penalizzare la Magistratura per aver esercitato liberamente le proprie funzioni. Si concilia inoltre con l'approvazione all'unanimità della decisione di proclamare un giorno di sciopero e di devolvere lo stipendio del successivo giorno di lavoro all'acquisto di materiali per le cancellerie non più adeguatamente rifornite dal ministero.
La decisione unanime di ricorrere allo sciopero, considerato da tutti i magistrati mezzo estremo di protesta perché incide su una funzione fondamentale in ogni stato di diritto, decisione certamente sofferta e meditata, posto che dal 1948 ciò è avvenuto solo tre volte, avrebbe dovuto indurre tutti coloro che hanno preso le distanze, probabilmente solo sui primi flash di agenzia, a fermarsi un attimo a riflettere su quanto è accaduto, in materia di politica giudiziaria, dall'inizio della quattordicesima legislatura.
La politica giudiziaria di questo governo infatti, si è espressa esclusivamente o con leggi, quali quella sulle rogatorie, quella sul falso in bilancio, la “Cirami” sul legittimo sospetto e la “Schifani” sull'immunità delle più alte cariche dello Stato fatte, per stessa ammissione di autorevoli esponenti della maggioranza, ad uso e consumo di pochi, o con leggi che hanno premiato l'illegalità, quali quella sui condoni e sul rientro dei capitali dall'estero.
Non solo, ma tutte queste leggi, una delle quali già dichiarata incostituzionale, sono state approvate dal parlamento senza tenere conto sia delle osservazioni dell'opposizione, che ha sempre votato contro la loro approvazione in maniera assolutamente compatta, sia delle opinioni espresse da esperti di chiara fama. Nello stesso modo sarebbe stata approvata anche la legge sulle emittenze televisive se non fosse stato per l'autorevole intervento del Presidente della Repubblica.
L'espressione impropria usata dal segretario dell'ANM è quindi solo un falso problema, un'altra occasione per la maggioranza di sferrare un nuovo duro attacco alla magistratura. Il vero problema era e rimane quello di trovare soluzioni adeguate ai problemi della giustizia e non solo a quelli. Per questo occorre un clima diverso, un maggiore dialogo tra maggioranza ed opposizione, una maggiore considerazione e rispetto reciproco tra le istituzioni.
Solo così si può evitare la preoccupazione che “nel nostro sistema maggioritario”, come hanno più volte affermato molti di coloro che oggi hanno preso le distanze dalla relazione conclusiva di Fucci, alla maggioranza sia consentito di fare tutto ed il contrario di tutto, con il rischio di dover occupare molti degli anni a venire per rimediare ai danni dalla stessa cagionati.
20040209
20040206
L'URLO DEI GIOVANI IN SEGNO DI RISPETTO PER LE 2 VITTIME DEL GRAVE INCIDENTE AVVENUTO SULLA SORA-CASSINO ANNUNCIA CHE PER TUTTO IL WEEK-END LA PAGINA DELLE NEWS NON VERRA' AGGIORNATA (cercheremo cioè di fare, per quanto possibile, "silenzio".)
ABBIAMO RITENUTO OPPORTUNO FARE CIO' PERCHE' CREDIAMO CHE IN CERTE TRAGICHE SITUAZIONI E' MEGLIO TACERE E SOPRATTUTTO E' MEGLIO RIFLETTERE SUL VERO SIGNIFICATO DELLA VITA.
Inoltre la redazione vuole ringraziare tutte quelle autorità (carabinieri, polizia, polizia provinciale, infermieri, medici, personale del 118, vigili del fuoco) e tutti quei volontari che sono prontamente intervenuti per cercare di salvare decine di giovani vite. A loro va tutta la nostra gratitudine.
20040205
ATTENZIONE!!!
La redazione esprime tutta la propria solidarietà alle persone coinvolte nell'incidente sulla Cassino-Sora presso Sant'Elia Fiume Rapido.
Anche se non materialmente, siamo vicini a voi spiritualmente
«Difendiamoci dai comunisti». Le manìe del premier e l'applauso dei popolari europei
«Forza Europa, vinceremo nel nome dei nostri valori e dei nostri principi». Berlusconi va a Bruxelles, si presenta di fronte alla platea dei delegati del congresso del PPE, e ripete sostanzialmente il discorso della convention per i dieci anni di Forza Italia. Quasi identico nell’articolazione, nei passaggi principali, negli eccessi contro la sinistra. Solo aggiornato per il nuovo pubblico, nel tentativo di varare una sorta di euroanticomunismo.
La novità principale, per Berlusconi, viene dalla Francia. Il processo contro l’ex primo ministro Alain Juppé è un’occasione ghiotta: la magistratura politicizzata, può dire il premier, è un problema europeo: «Si mantengono i metodi comunisti, i metodi di lotta politica - ha osservato - per i quali l'eliminazione dell'avversario politico non è con il sistema del libero voto come previsto da ogni sistema democratico, ma attraverso, per esempio, l'utilizzo della giustizia politica, come è successo in alcuni paesi e come sta succedendo ancora in altri». Dopo di che aggiunge: «Lasciatemi inviare un messaggio di solidarietà a Alain Juppé che conosco e stimo profondamente». Assolto.
Berlusconi, quindi, rilancia anche in Europa, la sua strategia per la campagna per le Europee, evidentemente convinto che sia una strategia vincente. O forse l’ultima carta che gli è rimasta in mano: «Quella di essere comunisti senza comunismo è una forma più pericolosa di essere comunisti». Concetto già sentito più volte. Come l’invito a non «mettere sullo stesso piano l'ideologia comunista, con il suo clima di odio verso le democrazie liberali, il libero mercato e i valori religiosi, con le altre ideologie e visioni del mondo che noi condividiamo. Non possiamo considerare l'ideologia comunista come una possibilità futura per l'umanità. Non possiamo considerarla alla pari delle altre ideologie».
È una strategia elettorale basata sull’aggressione fisica dell’avversario, demonizzato, ricoperto d’insulti e insinuazioni sospettose. Proprio l’opposto di quello che aveva invocato ieri Ciampi, chiedendo alle forze politiche di mettere da parte l’odio. Ma Berlusconi non può e non vuole trattenersi: il comunismo per lui è una mania: «Io ne soffro da molti anni di questo metodo - avverte il Cavaliere - per cui si ribaltano addirittura le cose che vengono dette. Si va in televisione e si dice: il presidente Berlusconi ha detto questo e quello. E invece si tratta di cose mai pensate e mai dette. Eppure, su quella menzogna che, ripetuta più volte diventa realtà come insegnava Goebbels, si costruisce una critica. Questo - insiste - è un pericolo che grava su tutte le nostre democrazie di cui noi dobbiamo essere avvertiti e da cui noi ci dobbiamo difendere». I popolari europei si scaldano, ma condividono davvero l’ossessione del Cavaliere?
Per il momento applaudono anche un fantasioso excursus storico: i governi della sinistra, dice, «non ci hanno lasciato solo deficit e debiti, ma i loro uomini». In che modo? «Secondo la teoria di Gramsci, quando dopo Yalta, Stalin disse ai comunisti italiani “non potete fare una rivoluzione armata”, questi decisero di infiltrare i loro uomini ovunque dove c'è potere», ha spiegato Berlusconi.
Quello che Berlusconi esporta in Europa è un’ossessione ostile, una mania di persecuzione. Ma anche un delirio narcisista, un’ideologia politica basata sulla sopravvivenza della propria immagine: «Io mi sento giovanissimo e voglio ricordare al presidente Martens che la giovinezza è una categoria dello spirito - ha detto Berlusconi rivolgendosi al presidente del Ppe - «Uno può essere giovane anche a 100 anni e io spero di arrivarci».
20040204
Disinformazione o regime???
E' stata lanciata una bottiglia incendiaria contro l'abitazione di Stefania Ariosto. Fosse stata lanciata contro l'abitazione di Previti lo avreste saputo dall’ “Urlo dei Giovani” o dai titoli del TG1?
E’ incredibile, queste cose succedono solo in Italia!!! E pensare che c’è ancora chi crede e soprattutto difende questa “gente”….se è questa la democrazia e la libertà che professano quelli della CdL allora, cari lettori, non dobbiamo meravigliarci più di nulla!!!
20040202
Monti: il governo la smetta di speculare sull’euro
MILANO. Monti zittisce Berlusconi: «Basta speculazioni sull’euro», dice, e ricorda che le dichiarazioni anti-moneta unica del premier e di altri esponenti del governo «erodono la credibilità dell’Italia nell’Unione europea». Bruxelles si schiera al fianco dell’eurocommissario facendo sapere che sull’argomento «il livello di sopportazione è ormai al limite», con un distinguo: il basta alle speculazioni di Monti diventa nel messaggio giunto dal quartier generale della Commissione un «basta alle strumentalizzazioni» a fini di politica interna.
Dopo Romano Prodi, è toccato al commissario europeo per la Concorrenza, Mario Monti, intervenuto ad un convegno del Cnel assieme ai ministri Buttiglione e Marzano, prendere posizione sulle polemiche sollevate nelle scorse settimane da Berlusconi, per il quale la moneta unica è la causa principale dell’inflazione. Monti rivolge «un invito accorato a tutte le forze politiche»: «La speculazione politica è grave, confonde la testa dei cittadini e non fa dell’Italia un partner appetibile». Di più: «La recente presa di posizione sull’euro non sta giovando alla credibilità dell’Italia come coguida della costruzione dell’Unione europea». Morale: «Credo sia uno scherzo dire che l’euro sia un fattore inflazionistico».
L’attacco di Monti non si ferma qui: «Non è ammissibile - continua - la eterogeneità delle opinioni, spesso manifestate in modo pittoresco, all’interno dello stesso governo e nella stessa personalità, oscillante col variare non dico di anni ma di giorni». Ricordiamo solo le ultime di Berlusconi: il 23 gennaio ha dichiarato che «è un’assoluta verità che è stato l’euro a fare aumentare i prezzi». A Lubiana, venerdì scorso, ha invece detto che senza l’euro la crisi Parmalat sarebbe costata all’Italia molto di più. ed è lo stesso Monti a ricordare che nel luglio 1996, con il governo presieduto da Prodi, «l’allora capo dell’opposizione, onorevole Berlusconi - ho in mano il Corriere della sera del 3 luglio ‘96 - disse che l’obiettivo delle moneta unica è fondamentale per l’economia e l’occupazione».
Dai palazzi dell’eurogoverno viene ricordato che anche «altri commissari hanno parlato sullo stesso tema». E il basta di Monti alle speculazioni diventa, a Bruxelles, un generale «basta alle strumentalizzazioni». «Come è avvenuto per la Cecenia, è inammissibile utilizzare temi internazionali a fini di politica interna, stravolgendo la realtà, ingannando gli italiani attribuendo alla Commissione posizioni che sono, invece, chiare e univoche», è il messaggio.
Sulla stessa lunghezza d’onda di Monti si è espresso poi anche il ministro delle Politiche comunitarie Rocco Buttiglione: «Il governo ha sbagliato a non intervenire subito sui fenomeni nella loro dimensione reale - dice - Basta con la speculazione».
Ma, anche in questo caso, la maggioranza è spaccata. Maurizio Gasparri si schiera col premier, e il sottosegretario al welfare, Maurizio Sacconi, usa una «sottile» metafora: «È vero che qualche volta quando il saggio indica con un dito il cielo, l’imbecille guarda il dito. Sono due concetti completamente diversi», dice. «Il primo concetto riguarda l’utilità dell’euro. Il presidente del Consiglio lo ha detto molto bene: l’euro è straordinariamente importante per la stabilità macroeconomica». «Cosa diversa - sottolinea Sacconi - è constatare che l’euro ha influito sull’inflazione. E non c’è dubbio che abbia avuto effetti inflazionistici».
Per il responsabile economico dei ds, Pierluigi Bersani, il richiamo di Monti è «giusto e sacrosanto». «Siamo gli unici in Europa - sottolinea - che hanno una crescita vicina allo zero, accompagnata da un’inflazione alta. Quindi l’Italia ha un problema particolare rispetto agli altri paesi europei che hanno adottato la moneta unica. Se perdiamo tempo in polemiche assurde invece di affrontare i problemi sono guai». Al governo di centrodestra, Bersani chiede misure concrete, ossia «l’elaborazione rapida di politiche orientate a stimolare il potere d’acquisto e a restituire la fiducia nei consumi. Siamo gli unici in Europa dove la domanda resta depressa. Mi stupisco perchè, nella verifica di governo, si parla di tutto fuorchè di cose utili al Paese».
20040201
Dell’Utri Jr, scontro e coca
Tino Fiammetta - pubblicato su «Il Giorno.it» (http://ilgiorno.quotidiano.net), novembre 2003
Un grave incidente, alla guida il figlio di un personaggio notissimo, una donna in prognosi riservata. E poi c'è la droga. Sono gli ingredienti che compongono uno scarno fascicolo inviato dai vigili urbani in Procura quattro giorni dopo il fatto. Poche righe di sintesi, l'esito degli esami tossicologici, e il rimbalzo al sostituto di turno. Come per togliersi un peso, sia pure tardivamente.
Il 31 ottobre alle 6 del mattino viaggiava da solo, nell'auto intestata a sua sorella, Marco Dell'Utri, il maggiore dei figli del parlamentare di Forza Italia. Un ragazzo di 23 anni a bordo di un'auto, poco dopo l'alba, e a pochi passi da casa sua. E' infatti in via Moscova, all'angolo con corso di Porta Nuova, che si verifica l'incidente. La «Citroen Saxo» guidata dal giovane si scontra con un'altra macchina, a bordo una donna di 34 anni, Viviana Alejandra Paglietta. L'impatto è importante: il nucleo radiomobile dei vigili urbani interviene pochi minuti dopo, nelle strade ancora deserte di un tranquillo fine settimana.
Sia il giovane sia la donna vengono portati al vicinissimo Fatebenefratelli. Ma mentre il ragazzo rifiuta il ricovero, dichiara di stare bene, la giovane non se lo può permettere: è in gravissime condizioni. Viene prima portata in Rianimazione, quindi trasferita giorni dopo in Neurochirurgia, dove è tuttora, per un ematoma cerebrale sottodurale. Starà a lei, quando potrà, valutare il peso della vicenda. Il fascicolo giunto nelle mani del sostituto di turno, se la donna decidesse di presentare querela, avrebbe a quel punto un titolo di reato: lesioni colpose.
Sembrava un brutto incidente, come i tanti che infestano a cadenza quotidiana la città. Non lo è. I vigili intervenuti osservano l'auto e vedono che dentro c'è qualcosa di troppo evidente, persino abbagliante. Sul tappetino a destra della guida della Saxo ci sono una siringa con ago, un cucchiaino, della polvere bianca e del liquido residuo. Quasi certamente droga.
È con imbarazzo e assoluta discrezione che i vigili chiamano i cani antidroga del comando di polizia municipale. L'auto viene ispezionata e annusata: e, a parte la siringa e il suo contenuto subito sequestrati, non risulta altro. E ancora con assoluta discrezione, la sostanza trovata viene inviata in un ufficio defilato, nel laboratorio chimico e tossicologico dell'Agenzia delle dogane (che è l'ufficio fiscale) di via Marco Bruto 14.
L'esito è quasi immediato e scontato: cocaina e caffeina insieme, droga potenziata dall'eccitante. C'è un sospetto: il giovane con ogni probabilità l'aveva appena assunta. Se lo stupefacente possa avere avuto un ruolo nell'incidente, o no, chi può dirlo? Comunque sia, Marco Dell'Utri viene segnalato per violazione della legge sugli stupefacenti alla Prefettura.
Così la cronaca cadenzata di quelle prime ore del 31 ottobre. Poi il fascicolo si arena: non viene inviato in Procura per la convalida della perquisizione sul veicolo. Giunge al magistrato di turno solo la sera del 4 novembre. Pochi fogli preceduti da un rapporto a dir poco laconico, una ventina di righe che non danno conto nè della via dell'incidente, nè delle modalità: neppure del fatto se la donna fosse a bordo di un'auto o a piedi.


