VERGOGNATEVI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
La Lega espulsa occupa l'aula di Montecitorio. Berlusconi: «Nulla, è un temporale estivo»
Doveva essere un passaggio parlamentare come tanti altri quello sulle cartolarizzazioni degli immobili, ma la seduta si è trasformata in una vera e propria rissa all’interno della maggioranza. La Lega parla di «Roma ladrona» e il presidente di turno, Publio Fiori di An, espelle il capogruppo Alessandro Cè e il deputato Dario Galli.
Al momento delle dichiarazioni di voto, i deputati della Lega hanno parlato del decreto legge sugli immobili come di «un regalo ai partiti di Roma ladrona e sprecona». A quel punto il vice presidente ha invitato Cè a moderare i toni. Ma il deputato del Carroccio ha risposto: «Lei la deve smettere, mi deve lasciar parlare». Il Presidente ha dunque richiamato all’ordine Cè che ha risposto urlando: «Sei un fascista».
A questo punto, Fiori ha deciso allora di espellere dall'aula i due deputati leghisti. Che, però, non hanno però voluto abbandonare l’aula. La seduta è stata a quel punto sospesa per l’impossibilità di continuare seneramente i lavori. Di fronte alle proteste della Lega, il presidente Pierferdinando Casini ha convocato la riunione dei capigruppo, durante la quale ha confermato che i due deputati debbono essere espulsi dall'aula.
Un episodio gravissimo. Che poco dopo, il Presidente del Consiglio ha provato a sminuire. Immediatamente Berlusconi è andato nella sede romana della Lega. Ne è uscito poco dopo, riservando ai giornalisti una battuta: «E' stato solo un temporale estivo». Ma soprattutto intascando il sì del Carroccio alla fiducia.
Duro il commento di Luciano Violante, capogruppo diesse. «E' chiaro che la Lega è in imbarazzo per un provvedimento sul quale non vorrebbe partecipare al voto».
Sulla stessa linea Franco Giordano, di Rifondazione: «Non capisco cosa c'entri Roma ladrona con la questione della vendita degli immobili e non capisco neppure perché inveiscano, visto che il decreto è stato sottoscritto anche dal ministro Maroni».
Urlo Dei Giovani
UDG - News
20040331
20040328
Berlusconi a Palermo elenca i suoi nemici
Dell'Utri canta, La Loggia canta, Schifani piange, la Prestigiacomo non canta, Pisanu non canta non piange e non ride, Miccichè si mette le mani in tasca e mastica gomma americana, Cuffaro batte le mani… Forza Italia, che questi siamo noi. Karaoke per l'Inno di Mameli.
Silvio e Gianfranco (Miccichè) cantano rivolti alla platea. Qualcuno vuole dare al Presidente del consiglio il testo, ma Silvio lo ferma divertito: conosce a memoria l'Inno di Mameli, ci mancherebbe. Eccoli i bravi ragazzi di Forza Italia. Con qualche ruga in più, qualche capello bianco, qualche preoccupazione perché - anche in Sicilia - le lune di miele non sono eterne, e loro lo sanno benissimo.
Ci voleva il catino pieno: il padiglione 20 della Fiera del Mediterraneo che non sarà il Maracanà, ma conta i suoi 8 mila posti a sedere (in tutto i forzisti saranno stati 12 mila). C'era un bisogno vitale di bagno di folla, ci volevano migliaia di strette di mano, ci voleva la parata e il collettivo autoattestato di esistenza. Quando il futuro si fa incerto, non è male fortificare il morale delle truppe: 192 pullman da tutta la Sicilia. Si torna alle radici, a 10 anni fa. E si torna - naturalmente, geneticamente, inevitabilmente - alla Sicilia, cornucopia di consensi per Forza Italia. Per Berlusconi è una scelta obbligata.
Sentiamolo: «Quasi non credo ai miei occhi. Siamo uno splendido fiume che scorre verso la libertà, e dico alla sinistra: attenti, perché se no, questo fiume - ministro Pisanu permettendo - lo facciamo scorrere sino a Roma». Ai fotografi: «Domando di fare spazio, il ministro dell'interno mi dice che non risponde della vostra integrità fisica…». E scende dal palco, si mette a sedere fra Pisanu e la Prestigiacomo, per costringere fotografi e cameraman ad allontanarsi. Dura mezz'ora il teatrino coi fotografi. Il fatto è che si deve arrivare alle 18.30 per il primo tg Mediaset, quello di Italia1.
Berlusconi: «Ma siamo una cifra così esagerata che staremo insieme poco, sarò costretto a parlare poco. Dieci anni per la libertà, e siamo ancora qui. Avevamo tanti progetti per la nostra vita, io avevo un mestiere in cui mi sentivo realizzato pienamente, ma gli avvenimenti incalzavano… E dopo ciò che era successo con i partiti della prima repubblica, la sinistra, con il 30% dei voti si preparava ad avere l’80% dei seggi in Parlamento. E allora ci demmo di fare, con la Lega e Alleanza nazionale che marciava verso la libertà, e ciò che restava di quei partiti… Ma l'accordo non fu possibile, e dissi: se proprio non si potrà mettere in campo un esercito contro la sinistra, beh allora lo farò io… e una sera di dicembre, avevo per festeggiare il Natale la mia famiglia e i dirigenti più importanti del mio gruppo: trovai un muro di no, tutti mi dissero no, compresa mia madre che era fra le più accese sostenitrici che io continuassi a fare il mio lavoro…
Ma io le dissi: mamma, sento il dovere di farlo. Mia madre di notte tornò a Arcore: se senti il dovere di farlo devi trovare il coraggio di farlo. In poco tempo dovemmo montare una forza politica. E c'era con me il capo dell'organizzazione, Marcello Dell'Utri, e individuammo un uomo per ogni regione che suscitasse le adesioni, deciso a presentarsi di lì a qualche mese. Scegliemmo i nostri migliori uomini, per la Sicilia c'era Gianfranco Miccichè. Quando gli dissi: Gianfranco è fatta, lui stette zitto, e pensavo che pensava a tutti i soldi che avrebbe perduto perché era una scelta che imponeva un sacrificio economico rilevante, e poi mi disse: sono qui, agli ordini, pronto a lavorare. Andammo alle elezioni, per trasformare il Paese, quello Stato che avevamo ricevuto in eredità e che ci parve molto lontano da quello che avrebbe dovuto essere. Poi ci fu un colpo di mala giustizia e di Palazzo che privò la sovranità popolare del governo che si era dato.
E so quanto tempo abbiamo perso per quanto accadde allora. Se non ci fosse stato quell'incidente antidemocratico, oggi saremmo qui a festeggiare dieci anni di governo, e l'Italia sarebbe in grado reggere la competizione con gli altri paesi del mondo. Fummo costretti alla traversata nel deserto e difendemmo la democrazia e la libertà contro il comunismo….
Costruendo questo progetto, abbiamo affrontato tutte le sfide elettorali che si sono presentate: e vittorie nel '99, nel 2000, 2001, 2002… Ma c'è una piramide di uomini vecchi nelle istituzioni, funzionari nell’amministrazione pubblica rimasti lì a sfruttare, e siamo riusciti a diminuirne il numero, a trasferirli ma non a metterli fuori. Abbiamo bel chiaro ciò che dobbiamo fare: ho firmato un contratto coi cittadini in modo solenne: diminuire la pressione fiscale, impegno vivo, vitale assoluto, meno tasse per tutti... Ci siamo scontrati con crisi mondiale che nessuno poteva prevedere, l'11 settembre, Iraq, Afghanistan, crisi delle borse, impatto duro dell'euro, e infine i disastri, le truffe di cui ha sofferto la nostra economia, Cirio e Parmalat. Ma l'Italia va meglio di Francia e Germania, è riuscita a tenere in ordine i conti pubblici. E senza aumentare di una lira le imposte, senza mettere le mani nelle tasche dei cittadini, abbiamo aumentato le pensioni più basse…».
«Abbiamo abolito molte tasse e adempimenti burocratici, introducendo la riforma della scuola, del lavoro, della previdenza, che stanno cambiando il nostro modello di sviluppo. Abbiamo adempiuto al nostro contratto. Per l'occupazione avevamo promesso un milione e mezzo posti di lavoro, ne abbiamo creati un milione e 338 mila. Avevamo promesso sicurezza per i cittadini: stiamo creando un esercito del Bene da contrapporre all'esercito del Male, siamo il paese più sicuro d’Europa. Infine Grandi Opere: ecco oltre 93 miliardi di vecchie lire, già appaltate, prevalentemente al Sud. E c'è il Ponte sullo Stretto di cui si parla da decenni e che consentirà a questa terra meravigliosa e a voi di sentirvi italiani al 100%. Sentirete una italianità nuova, più profonda. La realizzazione del ponte questa volta si farà,entro pochi mesi sarà bandita la ricerca per il General Contractor. Lo sappiamo: bisognerà intervenire sulle ferrovie dell'isola. E verrà l'amaro in bocca alla sinistra che in Europa ha fatto fare un pronunciamento contro il Ponte sullo Stretto, ma lo abbiamo aggirato. Moralità è non rubare, ci mancherebbe altro, ma anche mantenere gli impegni che si assumono con gli elettori. Insomma: la forza di un sogno, cambiare l'Italia. Cambiare l'Italia: meno costi per lo Stato, meno tasse per tutti. La sinistra non vincerà, anche se Bertinotti è persona limpida e intellettualmente onesta, ma con Bertinotti non riuscirebbe a governare. Rifondazione propone che lo Stato, dopo due anni di disoccupazione, dovrebbe assumere chiunque, ma così fallirebbe».
E finisce così: «meravigliatevi di ciò che siamo riusciti a fare. Chi crede vince. Riusciremo battere il triciclo?». «Siii». «Riusciremo a oltrepassare il 50%, e governare per altri cinque anni?». «Siii». «Le tre I della Sinistra? Insultare, insultare, insultare Berlusconi. Ci faremo intimidire dalle tre I della sinistra?». «Noooo». Inenarrabile: al di là del bene e del male.
Forse non si saranno uniti ai cori i lavoratori della Keller, della Lts, dell'Imesi, dell'Infotel e della Tecnosistemi, aziende del palermitano in crisi, che hanno portato i loro striscioni davanti alla Fiera del Mediterraneo. Da mesi in attesa di Cassa integrazione, quelli della Lts hanno scritto: «Presidente ci consenta, ma stiamo morendo di fame».
Lungo la strada del ritorno verso l’aeroporto Berlusconi potrà vedere i suoi manifesti elettorali: sul suo ritratto gigantesco mani ignote hanno disegnato il lungo naso di Pinocchio.
20040323
Opinionisti, sociologi, tuttologi, andate a nascondervi! Dopo il presidente allenatore:
NASCE IL PRESIDENTE MOTORE DI RICERCA
Dalle zucchine a Schevcenko, dall'euro alle previsioni del tempo, ormai non c'è argomento sul quale il premier non dispensi saggezza. Cominciò con la Ferrari Young e gli operai/infermieri per salvare la Fiat, oggi basta interrogarlo per sapere con certezza tutto di tutti.....persino gli autori degli attentati di Madrid.
20040320
Monsignor Bettazzi: «In un anno è cresciuta solo la paura»
«Un anno dopo l’inizio della guerra in Iraq, nel mondo è cresciuto il pericolo del terrorismo ed è cresciuta la paura: un dato di fatto da cui non si può prescindere nel valutare non solo le fondamenta ma soprattutto gli effetti della “guerra preventiva” voluta da George W. Bush». A parlare è monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito ed ex presidente di Pax Christi.
È trascorso un anno dall’inizio della guerra in Iraq. Un anno dopo, il mondo può ritenersi più sicuro e la popolazione irachena avviata verso un futuro migliore?
«Direi proprio di no. Nel mondo è cresciuto il pericolo del terrorismo ed è cresciuta la paura, soprattutto sembra che sia crescendo la divaricazione tra il mondo islamico e l’Occidente, che viene giudicato come il mondo cristiano».
C’è chi sostenne allora che l’abbattimento del regime di Saddam era un passaggio obbligato per avviare un processo di democratizzazione nella tormentata area mediorientale. Ma la democrazia può essere imposta dall’esterno con la forza?
«La mia risposta è no, anche perché non credo che fosse quello il punto di partenza per la democratizzazione del mondo mediorientale. Tutti gli altri Paesi, anche quelli amici dell’America, sono a carattere assolutistico. La testimonianza vera di un cammino sarebbe che il mondo occidentale riuscisse ad ottenere una democratizzazione nel rapporto tra Israele e i palestinesi, perché fino a quando ci sara questa cattiva testimonianza, l’impressione è che come lì l’Occidente ha interesse a sostenere Israele in tutte le sue rivendicazioni, così si ritiene e si riterrà che ci sono degli interessi di parte anche nella presentazione di un ideale di democratizzazione del mondo mediorientale, a cominciare dall’Iraq».
A fondamento ideologico della guerra preventiva, c’era l’idea di uno «scontro di civiltà» in atto. Questa formulazione ha prodotto dei guasti nel dialogo tra l’Occidente e il mondo islamico?
«Direi che ha rinfocolato gli estremismi, perché è vero che anche nel mondo cristiano c’erano degli estremismi, le crociate, l’Inquisizione, e questi estremismi furono superati nel tempo con il dialogo. Così anche nel mondo islamico ci sono delle possibilità di estremizzazione, e nella misura in cui si sollecitano gli scontri si alimenta la parte più dura di rivendicazione religiosa. Non so quanto fossero davvero religiosi Saddam Hussein o Osama Bin Laden, ma certamente potevano assumere il pretesto di difesa della loro religione. Nella misura in cui, invece, si crede veramente nel dialogo, nella collaborazione, nell’accordo, si favorisce la parte migliore delle culture e delle religioni, e si può sperare nella pace».
L’Amministrazione statunitense motivo la guerra in Iraq anche come risposta all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. Un anno dopo l’inizio di quella guerra, anche l’Europa ha vissuto il suo «11 settembre», con le stragi di Madrid. Basta un lavoro di intelligence o l’azione militare per prosciugare l’«acqua» (il consenso) e fare il vuoto attorno ai terroristi islamici?
«Io credo che in un mondo di globalizzazione, anche di globalizzazione informatica, ciò che può realmente favorire un cammino di autentica democratizzazione, sia la testimonianza di democrazia che sappiamo dare noi popoli più sviluppati e più forti. Se cominciamo a minare l’Onu, come sta già avvenendo da tempo, che dovrebbe essere il punto di riferimento della democrazia mondiale; se sul piano del commercio, tutte le volte che dobbiamo rinunciare a qualche cosa facciamo fallire le assemblee; se sul piano finanziario, alimentiamo quei progetti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale che impoveriscono i Paese più poveri o riducono alla povertà Paesi come l’Argentina, tutto questo nel mondo alimenta il sospetto che se noi occidentali parliamo di imporre la democrazia, in realtà intendiamo solo continuare attraverso la “democrazia” a fare i nostri interessi, come li facciamo piegando alle nostre esigenze questi organismi internazionali».
Oggi a Roma, si riunirà il variegato popolo della pace. C’è chi lo accusa di velleitarismo o, peggio ancora, di fare il gioco del «Nemico» terrorista.
«Io credo che se un velleitarismo c’è, non è tanto del popolo della pace quanto del popolo della guerra. Il velleitarismo di pensare che attraverso la guerra si possa raggiungere e imporre la pace, magari anche solo temporanea. Penso, invece, che come tra le nostre città medioevali sembrava che non ci fosse altro strumento che la guerra, ma il riconoscimento di un’autorità superiore ha eliminato le guerre tra le città; come i Paesi europei, Francia, Germania, Spagna, Inghilterra”, hanno sempre fatto guerra e riferimenti superiori sono in grado di risolvere i problemi, ritengo che il vero “miraggio” della pace, l’obiettivo a cui tendere e per il quale mobilitarsi, è dare autorità e autorevolezza agli organismi internazionali. Per tornare al drammatico dopoguerra in Iraq, mi preoccupa il modo fazioso con cui si è riferito da parte dei grandi organi di informazione, della volontà manifestata dal nuovo primo ministro spagnolo Zapatero, di ritirare i soldati spagnoli dall’Iraq. Si è parlato di ritiro “sic et sempliciter” e non si è specificato che Zapatero ha detto che avrebbe ritirato i soldati se l’Onu non fosse subentrato nella gestione della transizione in Iraq. Se è vero, come da più parti si comincia a riconoscere, che c’è stato un errore, un tragico errore, da parte degli Stati Uniti, sono loro che devono cominciare a dire rinunciamo ai nostri interessi, investiamo l’Onu perché questo rappresenterebbe anche un’assicurazione per il mondo arabo, perché sarà compito dell’Onu coinvolgere l’insieme dei Paesi arabi nella gestione della fase di transizione e questo sarebbe una testimonianza che noi vogliamo davvero la democrazia, lo sviluppo, la pace, e non miriamo soltanto alla ricerca dei nostri interessi».
Il tema del rafforzamento del ruolo e dei poteri delle Nazioni Unite, è stato più volte al centro dei discorsi di Giovanni Paolo II. Ma come può conciliarsi questa visione multipolare del governo mondiale con l’unilateralismo forzato dei «neocon» dell’Amministrazione Bush?
«Quello evocato dal Papa è il cammino che stiamo facendo in Europa, dove mettiamo insieme delle mentalità, delle sensibilità, delle storie così diverse. Io credo che se veramente si vuole la pace, si capisce che nella misura in cui chiedo che gli altri rinuncino a qualche cosa, devo sapere rinunciare a qualche cosa anch’io. Dobbiamo riconoscere che questa reciprocità è inevitabile: o noi alimentiamo un mondo di guerre e di paure, come stiamo facendo, in cui per decenni dovremo aver paura anche noi che stiamo cercando di dominare gli altri, oppure, se vogliamo davvero un mondo di pace e di serenità, dobbiamo cercare gli strumenti adeguati, partendo da un rafforzamento dell’Onu, perché solo una autorità sovranazionale può avere l’autorevolezza di avanzare proposte di pace che non vengano soffocate dal sospetto che siano solo dei paraventi per coprire i propri interessi».
In un mondo che sembra essere dominato dal linguaggio dell’odio e della violenza, ha ancora senso parlare e battersi per il dialogo e la giustizia tra i popoli?
«Più che mai. Se noi non vogliamo dedicarci alla violenza, riconoscendo che la violenza è anche alimentata da interessi, come quelli dei costruttori e commercianti di armi, è un atto di saggezza ricercare le strade concrete per sviluppare il dialogo. Bisogna credere alla non violenza attiva, come ha affermato lo stesso Giovanni Paolo II, quando ha sostenuto che è giunto il momento in cui soprattutto noi nazioni più forti, e che abbiamo una certa ispirazione religiosa, dobbiamo dedicarci a rapporti di non violenza attiva che risolvano i problemi non con l’uso della forza ma con accordi che siano sinceri e supportati dalla capacità di saper rinunciare a qualche cosa per il bene di tutti».
20040319
20040318
20040317
OLTRE AD ESSERE UN PRESIDENTE OPERAIO, ALLENATORE, MURATORE, MUSICISTA, POETA, CANTANTE..............ORA ABBIAMO ANCHE UN PRESIDENTE PROFETA!!!
I risultati??? Giudicate voi.......
20040316
E' QUESTA LA DEMOCRAZIA DELLA CDL?????????????????????
Italia, per il Polo a Madrid ha vinto Bin Laden
Il centrodestra, soprattuto An e Forza Italia, più cauto l’Udc, parte all’attacco di quella che hanno già definito «la sinistra zapatista». Ecco la nuova tesi: il primo vincitore delle elezioni spagnole sarebbe stato Bin Laden. A dare il là è stato Gustavo Selva, presidente della commissione Esteri alla Camera: «Nella guerra al terrorismo Bin Laden segna un altro punto al suo attivo, con la vittoria insperata dei socialisti di Zapatero». La tesi è questa: Aznar è stato il primo ad allearsi con Bush e Blair nella guerra in Iraq, quindi ritirare le truppe spagnole dopo il 30 giugno, vuol dire sottrarsi alla lotta al terrorismo e favorire Bin Laden. Parole che hanno fatto insorgere l’Ulivo. «È una vittoria di Bin Laden?», replica il presidente Ds, Massimo D'Alema, «No, è una sconfitta dei bugiardi. Capisco che per loro, la Casa delle Libertà, sia un messaggio allarmante...». Le affermazioni di Selva sono «un insulto nei confronti dell'intero popolo spagnolo», commenta Piero Ruzzante a nome del gruppo Ds alla Camera, che chiede una verifica sul ruolo di Selva come presidente della Commissione Esteri; concordano anche la Margherita, «parole inaccettabili» per il capogruppo Castagnetti, chiede il «ritiro» di Selva anche Pagliarulo per il Pdci. Affermazioni «ripugnanti» per Gavino Angius, capogruppo Ds al Senato: «È stato un vero e proprio moto di indignazione popolare che ha demolito un castello di menzogne costruito dalla destra spagnola», dando la colpa dell’attentato all’Eta, «senza prove».
Ma An insiste: per Ignazio La Russa «i terroristi possono cantare vittoria perchè sono riusciti a condizionare il voto», quanto al ritiro delle truppe, già nel programma di Zapatero, «se non ci fosse stato l’attentato non avrebbe mai vinto». Segue l’onda di Selva anche Fabrizio Cicchitto, numero tre di Fi, secondo il quale dall’11 settembre è in atto «una atipica terza guerra mondiale», gli spagnoli hanno votato «sotto ricatto» terroristico, il ritiro delle truppe iberiche «segna un punto a ventaggio» di Al Quaeda, che può tornare a colpire i paesi in prima fila nella guerra. L’Italia, per esempio. Sandro Bondi ne approfitta per attaccare Romani Prodi, quando ha detto che la guerra in Iraq ha alimentato il terrorismo: «Poteva evitare, non contribuisce a creare le condizioni per una rinnovata unità dell'Unione europea in collaborazione con gli Stati Uniti per difendere la civiltà democratica dalla minaccia del terrorismo». Come dire, Prodi non combattere il terrorismo?
Si distingue nel centrodestra il ministro Udc Rocco Buttiglione: «Il fatto che gli spagnoli abbiano voluto punire le menzogne di Aznar sembra l'unica ipotesi ragionevole di lettura del voto spagnolo». Non risparmia lodi ad Aznar, ma «è caduto su due questioni: non essere riuscito a fare l'unità nazionale contro il terrorismo ed essere stato reticente nel dire tutta la verità». Riguardo al voto Buttiglione ha una voce fuori dal coro: «Il terrorismo è riuscito a cambiare la posizione di un grande paese occidentale? Inizia forse una fase di vittoria del terrorismo che impone la sua legge nella politica dei paesi occidentali? Conoscendo Zapatero mi pare che la risposta possa essere un no». Sul ritiro delle truppe il ministro cita il tedesco Fischer: «Il problema è come se ne viene fuori, se con una democrazia araba o con una base per il terrorismo internazionale». Cauto anche il capogruppo Udc alla Camera, Luca Volontè: «In Spagna ha vinto un grande partito di grande tradizione europeista come il Psoe». Da segretario del Nuovi Psi, Bobo Craxi coglie la novità «inequivocabile» della «vittoria di una forza socialista che si vuole rinnovare».
Ma in vista della marcia della pace di sabato, la Cdl accredita l’equazione: il pacifismo non combatte il terrorismo. Lo combatte invece la guerra, quindi niente ritiro dopo il passaggio di consegne dei poteri agli iracheni. Gli spagnoli devono averla pensata diversamente. Maurizio Gasparri ha mandato un comunicato ministeriale per esporre il suo pensiero: «Se il terrorismo riesce a raggiungere risultati politici», tutte le forze istituzionali e politiche reagiscano con determinazione. Per il ministro di An il risultato spagnolo, se pur legittimo, è stato «condizionato dalla logica del terrore». Soprattutto nelle seconde fila del centrodestra c’è chi va oltre. Osvaldo Napoli, di FI, fa un’ipotesi macabra: «E se l’11 giugno - due giorni prima del voto europeo - avvenisse (speriamo di no) un attentato di strage in Italia, chi vincerebbe? E con quali motivazioni?».
Il governo si rende impermiabile al cambiamento di scenario che provoca l’annuncio del ritiro delle truppe spagnole il 30 giugno se non entra in campo l’Onu, fatto dal nuovo premier José Luis Rodriguez Zapatero.
Silvio Berlusconi tace del tutto, e fino alle dieci di ieri sera non aveva neppure fatto una telefonata di congratulazioni al leader del Psoe, cosa che ha fatto invece il presidente Usa George W. Bush, nonostante abbia perso un alleato di ferro. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, parla di «voto emotivo» in Spagna. Sul ritiro delle truppe spagnole sembra confermare la missione italiana anche senza l’entrata in campo dell’Onu a giugno, anche se auspica il passaggio di poteri agli iracheni: «L’'Italia guarderà al futuro. Non collegheremo la politica estera a delle ipotesi. La politica estera con i se non si riesce a fare molto bene». Più netto il ministro leghista del Welfare, Roberto Maroni: «Mi pare che la prima uscita di Zapatero sia la più sbagliata che potesse fare», e «ritirare le truppe vuol dire mostrare di aver paura, cedere al terrorismo».
20040315
20040313
20040311
I conti pubblici italiani preoccupano la Bce: nel 2004 sempre deficit oltre il 3% sul Pil
Tremonti aveva giurato soltanto ieri nella City londinese che l’Italia non avrebbe rischiato di finire sotto osservazione da parte dell’Europa per il deficit precipitato in un profondo rosso. Invece la previsione della famosa agenzia di rating Standard & Poor’s, a soli due giorni di distanza viene avvalorata oggi dal bollettino ufficiale della Bce.
Per la Banca centrale diretta da Claude Trichet sicuramente Francia e Germania si attesteranno su un livello di disavanzo superiore al 3% del Pil. ma anche Italia, Olanda e Portogallo «registreranno disavanzi rilevanti». Anzi, per quanto riguarda il nostro paese si rischia di superare il 3% nel rapporto deficit-Pil ed è incerto- rileva Francoforte- se gli interventi una tantum saranno sostituite da azioni durature.
La Bce rileva che l'azione di risanamento dei conti pubblici procede in modo troppo lento e incerto un po’ in tutta Europa, malgrado le favorevoli prospettive economiche del Continente (unico tassello mancante: l’Italia ). Dunque è un allarme diverso quello che riguarda l'evoluzione a livello di area in senso peggiorativo delle posizioni di bilancio nella maggior pare dei paesi. Per quanto riguarda il 2003. Il rapporto disavanzo/Pil in Germania e in Francia è salito a circa il 4 per cento, in Portogallo è stato lievemente inferiore al 3 per cento e in Italia ha superato il 2 per cento. Ma la situazione sembra alla Bce destinata a peggiorare soprattutto in Italia. Infatti nel 2004, restano disavanzi superiori al 3 per cento del Pil in Francia e in Germania; ma anche l'Italia, i Paesi bassi e il Portogallo registreranno disavanzi rilevanti.
E il perdurare di gravi situazioni di squilibrio e le prospettive di medio periodo in alcuni stati membri che continuano a essere preoccupanti – avverte la Bce - «potrebbero anche incidere negativamente sulla credibilità dell'assetto delle politiche fiscali».
In Italia- specifica l’istituto di Trichet- resta incerto se le misure una tantum verranno sostituite da «un'azione più duratura».
Tremonti e il direttore generale del Tesoro Siniscalco sono andati addirittura a Londra ieri per rassicurare gli investitori sull’adeguamento dell’Italia ai parametri di Maastricht e per smentire la Standard & Poor’s. Tremonti e Siniscalco hanno dato rassicurazioni a Moritz Kraemer, direttore dell'agenzia per i rating sui debiti sovrani dei Paesi Ue, circa la capacità dell'Italia di riportare il deficit in equilibrio.Se da una parte le altre due principali agenzie di rating del mondo, Moody's e Fitch, giudicano «stabili» le prospettive del paese, il 15 gennaio dell'anno scorso S&P ha abbassato l'outlook sull'Italia da stabile a negativo. Un parere che potrebbe tradursi in futuro in un declassamento del voto assegnato alla Repubblica italiana (A-1+ per il debito a breve e AA per quello a lungo termine).
20040310
20040309
Telekom Serbia, la destra attacca i giudici
Gli sviluppi dell’inchiesta sulla Grande Calunnia targata Telekom-Serbia fanno impazzire la destra, che ora chiede l’intervento dei presidenti di Camera e Senato contro la procura di Torino. Mentre nel capoluogo piemontese il pm Bruno Tinti ribadiva che le indagini puntano a scoprire i mandanti di Volpe e Marini, a Roma si scatenava l’inferno.
Fabrizio Cicchitto, numero tre del partito di Berlusconi, accusava i pm torinesi di voler dirottare l’inchiesta dalla ricerche delle ipotetiche tangenti pagate per l’acquisto del 29% della società telefonica serba, al funzionamento della Commissione parlamentare d’inchiesta. Da Torino, dove lunedì era in corso l’udienza a porte chiuse del Tribunale del riesame sulla richiesta di scarcerazione avanzata da Antonio Volpe, il pm Bruno Tinti parlava anche di quella vicenda escludendo «irregolarità», e giudicando il prezzo pagato «congruo».
Ma tutto ciò a Cicchitto non basta, per lui le iniziative dei pm torinesi aprono «un problema istituzionale grande come una casa». Quella procura, è l’accusa lanciata in contemporanea da Luigi Bobbio, senatore di An, è scorretta, «le indagini contro Marini e Volpe procedono a colpi di mannaia». Nessuna replica da parte dei magistrati di Torino, che lunedì hanno smentito di aver convocato Enzo Trantino, presidente della commissione di inchiesta, per ascoltarlo come persona informata sui fatti: «Notizie destituite di ogni fondamento». Ma le indagini vanno avanti e puntano direttamente ai mandanti e a quanti hanno lavorato per inquinare i lavori della Commissione. Lo ha detto il pm Tinti nel corso dell’udienza del Riesame motivando il no alla scarcerazione o alla concessione degli arresti domiciliari avanzata da Antonio Volpe. Il magistrato ha nuovamente parlato della «zona grigia» all’interno della quale il faccendiere si muoveva, fatta di affaristi, agenti segreti, massoni e ambienti istituzionali.
Per rafforzare le sue tesi, il pm ha mostrato alcuni, non tutti, accertamenti fatti negli ultimi giorni: l’interrogatorio di un funzionario di una banca di Montecarlo e la trascrizione di una serie di sms ricevuti da Volpe. I magistrati lo hanno scritto chiaro e tondo nella loro inchiesta: «L’operazione calunniatoria di Marini era partita ben prima della sua audizone del 7 maggio 2003 da parte della Commissione parlamentare». Tracce evidenti ci sono nell’audizione dell’avvocato d’affari romano Fabrizio Paoletti del 14 gennaio 2003, quando, scrivono i magistrati, «vengono poste a Paoletti domande che chiaramente presuppongono, da parte degli interroganti, la conoscenza della futura versione di Marini». Chi interrogò, e molto a lungo, Paoletti fu il presidente Trantino. Che si era imbattutto in quel nome grazie ad una misteriosa telefonata, arrivata in Commissione (testimonianza del funzionario di polizia Guido Longo) verso la fine di novembre 2002.
Il telefonista consigliava di indagare su un certo Paoletti indicato «come uno dei riciclatori dei denari provenienti dall’affare Telekom-Serbia». Il poliziotto-consulente indaga e scopre che l’avvocato era stato arrestato su dichiarazioni di un certo Igor Marini. Il frutto del suo lavoro viene appuntato su un foglio e consegnato al Presidente Trantino. Il 2 dicembre 2002 viene spedita una lettera anonima che arriva negli uffici del Parlamento il 5 dicembre 2002, la consegna a Trantino è molto ritardata (e anche questo è un mistero non ancora chiarito), e porta la data dell’8 gennaio 2003. Scrive l’anonimo: «I nomi sono grossi, so di rischiare anche se non firmo, ma i risulati premieranno le vostre opere». In allegato un bonifico dello Ior e il riferimento alla società Lannock.
20040306
CLAMOROSO SCOOP!!!!!
La prossima estate non verrà più chiamato il MAGO DI ARCELLA
bensì sarà sostituito da quest'altro MAGO. Poveri Castellucciani....
20040305
20040304
Berlusconi a Blair: «La Camera ha approvato la missione in Iraq». Ma è una bugia
«Ho avuto il piacere di confermare a Blair che proprio ieri la nostra Camera dei deputati ha dato, in larga maggioranza, la sua approvazione sulla continuazione dell'opera delle nostre truppe in Iraq e anche negli altri Paesi in cui siamo impegnati». Ad affermarlo, durante una conferenza stampa congiunta a palazzo Chigi con Tony Blair in visita a Roma, è naturalmente il presidente del Consiglio. Anche se è difficile capire se prevalga il bugiardo o l’incompetente. O forse tutte e due. Perché «ieri» (mercoledì n.d.r.) la Camera non ha affatto votato l’autorizzazione a continuare la missione in Iraq, ma ha solo detto che il decreto governativo non è incostituzionale. O meglio ha respinto le «eccezioni di incostituzionalità» che erano state sollevate da alcuni deputati.
Una cosa ben diversa dall’approvazione del decreto, che comunque non arriverà prima della prossima settimana. Evidentemente, per Berlusconi, il voto parlamentare è una formalità o poco più. Probabilmente, per il padrone di Mediaset, questi incomprensibili passaggi parlamentari sono «poco aziendali». Esattamente come i suoi alleati, accusati un mese fa durante la verifica di voler sempre discutere tutto e rallentare così le decisioni del governo.
Il premier ricorda che «allo stato attuale abbiamo 12 mila soldati impegnati in operazioni di peace-keeping. In questi giorni siamo scesi a dieci mila. Ma comunque, dopo Usa e Gb siamo il terzo Paese come numero di forze impiegate per le operazioni di pace nel mondo». Il terzo anche in Iraq, dove però non ci è stato neppure riconosciuto un posto di comando, come hanno invece avuto persino i polacchi.
«Intendiamo continuare a svolgere questa azione – aggiunge Berlusconi - a supporto della democrazia per diffondere la libertà, per difendere i diritti civili, perché riteniamo che questa sia l'unica azione che può portare, a medio termine, alla sconfitta del terrorismo».
20040303
ANCHE ROBIN HOOD SCRIVE UNA LETTERA AI SUOI FEDELISSIMI
"Le frecce dei miei arcieri dovranno avere due punte!"
20040302
20040301
Cari amici della CdL (e specialmente di Forza Italia Giovani), non eravamo noi "quelli" che andavano contro la Chiesa Cattolica??? Forse siamo noi "quelli" che fanno alleanze, cene, banchetti, comizi con il Sig. Bossi???
Un consiglio: la prossima volta state zitti, perchè rischiate di fare brutta figura (non è la prima volta che i vostri "superiori" vi smentiscono)!!!
Bossi: basta soldi alla Chiesa. Fini: oltre la decenza. La Lega: non vogliono le riforme
Adesso parla d'altro. O forse no. Dice, con la solita cantilena, che la verità è che il centrodestra non vuole le riforme, intese come il senato federale, su cui permangono in effetti forti resistenze anche nella Casa delle Libertà. Ma all'origine del dissidio tra Umberto Bossi e la maggioranza, in particolare con An, ci sono le parole pronunciate dal senatur sabato sera in un comizio a Padova. Parole pesanti come macigni contro la Chiesa cattolica: «Bisognerebbe togliere l'8 per mille alla Chiesa, rimetterli a piedi nudi e dar loro la possibilità di fare i francescani. Finalmente si salverà la religione».
Il ministro per le Riforme ha cercato di spiegare che c'è «una parte della curia che sta con la sinistra, sicuramente per “resistere, resistere, resistere” anche loro come qualcun altro. Per loro i resistenti sono tali nel segno del dio denaro». Bossi ha poi spiegato che l'8 per mille alla Chiesa cattolica l'ha dato il ministro Tremonti, aggiungendo non si sa con quale collegamento: «gli intelligenti sempre pochi nel mondo». Per Bossi il problema di dare «troppi soldi alla Chiesa è un grosso problema. I risultati che abbiamo non mi sembrano quelli auspicati almeno dai cristiani tradizionalisti. Io sono tra questi. Non mi riconosco nella chiesa ricca, nella chiesa dei “sciur'” Nella curia che sta a sinistra, non mi riconosco». «Ci sono quelli - ha concluso - che in curia parlano nel nome dei popoli e quelli che invece parlando nel nome della mondializzazione».
Le reazioni si sprecano nel mondo politico, mentre la vittima dell’attacco – la Santa Sede – preferisce non commentare. Ci sono le reazioni dei politici laici come il verde Pecoraro Scanio secondo cui «invece di governare Berlusconi e Bossi sembrano fare a gara a chi la spara più grossa». E molto più numerose le reazioni dei politici cattolici. Mentre il vicepresidente della Margherita Arturo Parisi disquisisce volendo sapere se ci troviamo di fronte al Bossi lefebriano anticonciliare, a quello inventore di pozioni magiche dedicate al dio Po o al mentore delle tradizioni celtiche. Infine, sempre nel centrosinistra, Rutelli e Parisi tornano al detto “scherzi coi fanti” con quello che segue.
Nel centrodestra il pacato Follini argomenta: «L'invettiva di Bossi è antistorica, anticlericale e antiitaliana. La posizione dell'Udc, ma credo di tutto il centrodestra, è agli antipodi delle cose che ha detto il capo del Carroccio questa notte. Il problema -conclude Follini –non è sottrarre risorse alla Chiesa, il problema è restituire il senno a Bossi».
Secondo segretario di Alleanza Popolare-Udeur, Clemente Mastella un commento troppo compassato, quello dell’Udc. «Le prese di distanza non bastano, occorrono i fatti, concreti».
In effetti molto più adirato è il capogruppo alla Camera del partito di Follini, Luca Volonté, secondo cui bisognerebbe ricordare a Bossi che «il carnevale ambrosiano è finito ieri, spero che Bossi lo sappia. Tutto ha un limite e ieri Bossi lo ha superato. Si ripassi il catechismo e la Costituzione italiana prima di parlare», suggerisce.
Ma ci sono anche politici di destra il cui sdegno arriva alla preoccupazione. Perchè, come ricorda Castagnetti della Margherita, a questo punto il problema si scarica sull’elettorato cattolico, soprattutto in Forza Italia e An. Persino Alessandra Mussolini ha parlato di «attacco vergognoso».
Così Michele Bonatesta, membro della direzione nazionale di An.chiede l’intervento di Fini. E Fini interviene, ammette che Bossi «ha superato il limite della decenza». Ma poi? Dice parlando di Bossi: «I suoi sproloqui contro il Papa, la Chiesa e la città di Roma, sono offensivi per la stragrande maggioranza degli italiani e per la totalità degli elettori di An. La nostra lealtà verso Berlusconi e verso la coalizione di governo non può essere scambiata - dice il vicepremierin una dichiarazione - per compiacenza o indifferenza con le provocazioni leghiste. La nostra coscienza di italiani e di cattolici ci impedisce di barattare i valori in cui crediamo con un presunto interesse politico. È giusto che il presidente del Consiglio lo sappia e ne tragga le necessarie conseguenze prima che sia troppo tardi».
Il Senatur di rimando fa finta di trasecolare e aggiunge: «Ma se queste polemiche sono un modo per dire che vogliono votare no alle riforme, a noi va benissimo... La storia farà la sua strada». Insomma, come dire, allora me ne vado e vedrete.
Secondo il leader della Margherita Francesco Rutelli si tratta di un «teatrino insopportabile», e bisogna soltanto «prendere atto che Berlusconi non è in grado di zittire Bossi quando aggredisce e insulta addirittura il Santo Padre». Giuseppe Fioroni, membro dell'esecutivo della Margherita, sostiene che gli attacchi di Bossi alla Chiesa non sono sfoghi da avvinazzato ma « una vera e propria campagna di odio messa in piedi dalla Lega contro la Chiesa», dalle colonne della “Padania” ai comizi, e che perciò Fini e la Casa delle Libertà dovrebbe togliere i finanziamenti pubblici alla Lega.


